Solo Porsche riesce a elettrizzare mercati di borsa sempre più cupi

Malgrado l’operazione lasci sostanzialmente intatta l’influenza delle famiglie fondatrici sulla società, l’offerta pubblica di acquisto si chiude con successo e Volkswagen raccoglierà oltre €9 miliardi da investire in software ed elettrico

La giornata dell’IPO per Porsche AG è iniziata come non era riuscito recentemente a nessun altro gruppo della tecnologia oppure a giovani startup auto e nemmeno a nuove divisioni di veicoli elettrici di gruppi tradizionali: in modo convincente. Ha pertanto dato ragione a chi in Volkswagen intendeva continuare con l’operazione anche quando i mercati hanno girato dal bel tempo stabile a tempesta.

Fissato un prezzo di emissione di €82,50 che valutava l’azienda €75 miliardi e rispetto ad una richiesta che ha lasciato fuori quasi la metà di chi voleva accedere all’operazione, oggi il primo prezzo visto sugli schermi di Francoforte per il titolo del costruttore di Stoccarda è stato di €84,00. In un’ennesima giornata debole, in chiusura si è poi riavvicinato ai livelli dell’emissione (€82,74).

Il volume di emissione di €9,4 miliardi ha reso l’IPO odierno il terzo più grande al mondo nel 2022: se guardiamo alla sola Europa, il debutto è anche la più grande operazione di questo tipo da undici anni, superato solo dal colosso estrattivo, dei metalli e del trading Glencore nel 2011. Alla Borsa di Francoforte invece quello Porsche è stato il secondo più grande della sua esistenza dopo quello storico di Telekom, privatizzata nel lontano 1996.

Questa volta invece a vendere azioni è stata Volkswagen AG: 113,9 milioni di azioni privilegiate per le quali il gruppo di Wolfsburg riceverà, una volta pagato a inizio 2023 un ricco dividendo speciale, €9,4 miliardi, che le serviranno per coprire i costi della transizione all’elettrico e al digitale e consentono al responsabile della finanza del gruppo Arno Antlitz di tirare un sospiro di sollievo, considerata la reazione tiepida dei mercati a tante altre offerte di quest’era di crisi, recessione e guerra.

A Volkswagen e ai suoi costosi progetti, che spaziano dal software fatto in casa alle batterie con la nuova divisione PowerCo, arriverà quindi una cifra rispettabile. Ma non avranno di che lamentarsi neanche le famiglie Porsche e Piëch: riceveranno circa €3 miliardi al lordo delle imposte, mentre lo stato della Bassa Sassonia e quello del Qatar incasseranno €1 miliardo ciascuno.

Le due strade di Volkswagen e Porsche peraltro continueranno a restare intrecciate. E non solo perché a suonare la campanella di ingresso al mercato azionario al momento dell’apertura di Francoforte è stato il CEO Porsche Oliver Blume, che da poche settimane è anche amministratore delegato di Volkswagen al posto del predecessore Herbert Diess. Infatti l’operazione comportava il dipanarsi di una tela dalla trama abbastanza complessa.

Con questa IPO Volkswagen infatti non solo ha venduto azioni privilegiate senza diritto di voto in borsa, ma anche il 25% più un’azione delle azioni ordinarie con diritto di voto a Porsche SE, la holding delle famiglie Porsche e Piëch, che è anche quotata sul Dax. La holding ora riceve una minoranza di blocco e aumenta il suo controllo sul produttore di auto sportive, in cui finora ha detenuto solo una partecipazione indiretta attraverso le sue azioni Volkswagen.

Questo complesso flusso finanziario, che agisce come un business circolare, è una delle tante caratteristiche speciali che circondano l’operazione odierna Porsche in borsa. Gli addetti ai lavori peraltro stanno già iniziando a confrontare l’IPO del Cavallino Rampante tedesco con quello di Maranello: alla valutazione iniziale di €75 il titolo Porsche (con la sigla P911 che si richiama all’icona commerciale della casa) è scambiato a circa 7,2 volte gli utili.

Ferrari in borsa invece è scambiata a circa 40 volte gli utili, come il corso azionario di uno dei gruppi francesi del lusso. Non si tratta certo solo di valutazione da parte degli analisti dei volumi di produzione, o di stile, o di design dell’una e dell’altro.

Caso mai le note delle banche d’affari alla clientela sottolineano invece che c’è un gap sostanziale nella presenza dell’azionista nella governance reale dell’una e dell’altra. Per Porsche il free float è infatti limitato al 7,5%, mentre quello della marca modenese è del 70%. E questo elettrizza gli addetti ai lavori delle società finanziarie, molto più dell’accelerazione da 0-100 km/h delle loro auto.

Credito foto di apertura: ufficio stampa Porsche AG