Per Tesla adesso la quota che conta è quella di Fremont, non di Wall Street

All’assemblea degli azionisti Tesla 2018 Elon Musk interpreta i panni dell’amministratore delegato rassicurante e la sua platea di fan torna a vedere rosa

Stanotte Elon Musk era atteso da un altro incontro pubblico, quello dell’assemblea degli azionisti Tesla 2018. Al contrario di quanto successo nel recente incontro/scontro con gli analisti di Wall Street il leader della società questa volta non ha avuto un atteggiamento aggressivo o sprezzante, ma anzi a volte quasi contrito.

Come quando ha voluto sottolineare le ben note difficoltà che la linea di produzione della nuova Model 3 sta incontrando a Fremont. Ed è riuscito apparentemente a rassicurare una parte sostanziale degli azionisti, la maggioranza dei quali appare ancora rappresentata da fan Tesla, che stavolta l’obiettivo delle 5.000 auto prodotte a fine giugno sarà raggiunto.

Nei giorni scorsi a Fremont, dove le prime auto l’estate scorsa erano assemblate a mano, sono state prodotte con regolarità 500 auto al giorno. Nissan sta giustamente festeggiando il successo della sua Leaf, sottolineando che ne viene venduta una ogni 10 minuti; al giorno questo si traduce in 144 auto.

La differenza tra Nissan e Tesla ovviamente che la Leaf per i giapponesi è un fiore all’occhiello, mentre per i californiani dai numeri della Model 3 dipende il futuro. E tuttavia per una casa auto degna di questo nome passare da 500 al auto prodotte al giorno a 5.000 alla settimana non parrebbe un salto così grande quanto passare dal montaggio artigianale a 500 Model 3 al giorno.

Accanto ai numeri della produzione tutte le altre promesse ribadite ieri, dalla Gigafactory che in Cina sta attraversando il terreno minato dei permessi ed autorizzazioni a quella che si valuta in Europa, dai conti col cash flow positivo nel terzo trimestre al lancio del crossover Model Y nel primo semestre del 2020 sono solo contorno.

Il punto è ormai se Tesla possa stabilmente produrre 5.000 Model 3 la settimana dal terzo trimestre 2o18. Si tratta del primo mattone per arrivare a quel margine lordo del 25% nel corso del tempo cui si punta.

Come ha indicato l’analista del settore automotive della banca d’affari Goldman Sachs, quell’obiettivo iniziale ed il successivo di 10.000 per fine 2019 sono il percorso obbligato perché Tesla possa evitare di dover cercarsi sui mercati dei capitali altri fondi oltre a quelli da rinnovare entro il 2021. Una eventualità che ieri notte Musk ha escluso.

Forse perché potrebbe essere vero quello che ha scoperto una società di consulenza tedesca smontando una Model 3: come riferisce il settimanale WirtschaftWoche gli esperti avrebbero quantificato in $28.000 il costo della vettura, il che con una media di pezzi venduti ben oltre i $50.000 renderebbe il nuovo modello una gallina dalle uova d’oro.

Ma anche se i profitti non fossero così abbaglianti come queste indiscrezioni suggeriscono, se la produzione di Fremont crescerà al ritmo attuale con costanza, secondo analisti finanziari non necessariamente fan dell’imprenditore sudafricano la dinamica potrebbe agevolmente permettere a Tesla di tornare a chiedere ai mercati tra i 4 ed i 5 miliardi di dollari di ulteriori fondi.

Dimenticando magari anche i nodi che restano da sciogliere, quelli in cui Tesla punta i piedi contro il cambiamento: a cominciare dalla presenza di voci indipendenti nel suo board.

Intanto però, e alcuni (ad esempio il fondo sovrano della Norvegia) non lo trovano incoraggiante, è stata respinta la proposta degli azionisti che miravano a rimuovere persone troppo vicine a Musk, come il fratello Kimbal, il banchiere d’affari Antonio Gracias e James Murdoch, figlio del Rupert del colosso dei media, e a separare i ruoli di presidente ed amministratore delegato.


credito foto di apertura: press kit Tesla