Toyota investirà $624 milioni in India, per produrre parti per elettriche

Continuano a rafforzarsi i rapporti tra India e Giappone per allargare la quota di manifattura collegata all’elettrico nel sub-continente asiatico, mentre nuovi sbocchi riguardano anche l’infrastruttura

Fino a poco tempo fa l’India era una “bella addormentata” per quanto riguarda l’interesse verso l’auto elettrica, una stagnazione appena mitigata dall’interesse vivace per le due e tre ruote a zero emissioni. Invece la seconda parte del 2021 e quest’anno non mancano i segnali di un risveglio, che riguarda le istituzioni per sussidi e aiuti al settore, e riguarda i maggiori gruppi industriali, da Tata e Reliance.

Su questa scia anche i maggiori gruppi globali tendono a guardare con maggiore interesse all’India. Il gruppo Toyota ha in effetti previsto di investire 48 miliardi di rupie indiane (circa $624 milioni) per produrre componenti per veicoli elettrici nel sub-continente, nell’ottica di mettere a punto il piano che la porterà alla neutralità delle emissioni al giro di boa del 21° secolo.

Toyota Kirloskar Motor e Toyota Kirloskar Auto Parts hanno firmato un memorandum d’intesa con lo stato del Karnataka, nel sud del paese asiatico, per investire 41 miliardi di rupie indiane, ha confermato il gruppo in una dichiarazione sabato. Il resto proverrà da fondi di Toyota Industries Engine India.

Toyota sta allineando i propri obiettivi verdi con le ambizioni dell’India di diventare un hub manifatturiero anche se il passaggio ai trasporti puliti nella nazione dell’Asia meridionale è più lento rispetto ad altri paesi come la Cina e gli Stati Uniti.

In un mercato dove l’ultimo vero successo recente occidentale è stata la Renault Kwid, una “piccola” creata apposta per un pubblico attentissimo al cartellino del prezzo, finora i prezzi elevati, la mancanza di opzioni nella gamma dei modelli elettrici e insufficienza di colonnine spiegano finora il lentissimo tasso di adozione.

Col piano che prevede di creare una filiera della componentistica elettrica, dal punto di vista dell’occupazione diretta, chi investe sta guardando a circa 3.500 nuovi posti di lavoro, ha dichiarato in un’intervista al Press Trust of India il vicepresidente esecutivo di Toyota Kirloskar Vikram Gulati. In seguito quell’organico potrebbe ulteriormente crescere, ma l’inizio della produzione dei primi componenti dovrebbe essere piuttosto vicino, secondo i progetti della divisione Toyota.

Lo stringersi di rapporti di Toyota in India non è sorprendente, perché uno dei maggiori player automotive nell’area è già Suzuki, che ha rapporti di collaborazione decennali con la joint venture Maruti. Né Suzuki, né Toyota sono note come entusiasti sostenitori dell’auto al 100% elettrica, ma le due tradizionali rivali è da tempo che stanno attrezzandosi per mettere piede in un mercato potenzialmente di grandi dimensioni e per farlo hanno deciso di collaborare strettamente.

Inoltre la rivalità costante tra India e Cina crea uno sfondo di condizioni sostanzialmente favorevoli all’industria giapponese: le autorità e la classe dirigente indiana guardano con una certa circospezione alla opportunità di dover dipendere dall’ingombrante vicino asiatico per la propria tecnologia e gli ivnestimenti. Esitano molto meno a stringere rapporti coi gruppi giapponesi, e il Giappone come l’India è partner strategico nell’alleanza Quad.

Di recente non ha sorpreso quindi che dovendo puntare a creare una infrastruttura di colonnine gigantesca per accontentare in futuro un grande mercato, l’India abbia preferito per quanto riguarda gli standard e i protocolli con cui operano le colonnine non affidarsi a quelli cinesi, e nemmeno a quelli lontani americani o europei come il Combo CCS.

Invece India e Giappone collaborano su uno standard basato sul consolidato CHAdeMO nato nell’arcipelago sul Pacifico (e che invece in Occidente è in via di sparizione) per creare colonnine, caricatori e connettori efficienti ma a prezzi accessibili.

L’obiettivo condiviso è di arrivare a punti di ricarica semplificati ed economici commercializzabili al di sotto dei $10.000, laddove oggi i prezzi sono compresi tra $15.000 e i $23.000, ovviamente senza parlare di quelli veloci molto più costosi in ricarica DC. La bassa potenza considerata non è vista come un problema, considerato che in India la capacità delle batterie sarà piccola, simile a quella di citycar elettriche di gran successo come Wuling Hongguang Mini EV, best seller cinese.

Le case automobilistiche indiane potrebbero generare $20 miliardi di ricavi dai veicoli elettrici da qui all’anno fiscale 2026, secondo le previsioni della società di consulenza Crisil. Ed entro il 2040, il 53% delle nuove vendite di automobili in India potrebbe essere elettrico, rispetto al 77% in Cina, secondo le previsioni di BloombergNEF.

Credito foto di apertura: ufficio stampa Toyota Motor Corp.