Uber è più giapponese e sempre più prudente, e la cosa le rende bene

Investimento miliardario del fondo SoftBank, Toyota e Denso nel capitale di Uber Advanced Technologies Group, il reparto che sta sviluppando sistemi per la guida autonoma

Nei mesi scorsi le società e le startup impegnate nello sviluppo di sistemi di guida autonoma sono state sottoposte ad un bagno di umiltà. Si è trattato di una buona cosa. Ma è un fatto positivo anche che non sia affatto finita la fiducia degli investitori nelle prospettive a lungo termine della tecnologia che metterà un giorno a disposizione dei servizi di mobilità robo-taxi e dispositivi per supportare chi guida, specie se si tratta di anziani o persone con disabilità.

A pochi giorni dalla conferma da parte del “cervello” del laboratorio canadese di Uber ATG Raquel Urtasun che ci vorranno anni prima di veder scorrazzare liberamente sulle strade dei veicoli che ripetano le gesta televisive di KITT, proprio la divisione avanzata che studia la guida autonoma ha ricevuto una iniezione di fondi di circa $1 miliardo.

L’Uber Advanced Technologies Group diventerà una società a sé stante con Eric Meyhofer amministratore delegato e rappresentanti degli investitori nel board, ma sarà controllata dalla società di San Francisco. Dal 2016, anno di avvio dei progetti sulla guida autonoma voluti dal fondatore Travis Kalanick, da tempo estromesso dalla governance di Uber, questo programma è costato $1,07 miliardi e quasi non ha creato entrate nei bilanci.

Una conferma della fiducia nelle prospettive del settore, soprattutto perché tra gli investitori c’è sì il noto (e a volte spericolato) fondo SoftBank con un esborso di $333 milioni, ma la parte rimanente è a carico di Toyota Motor Corp e del colosso della fornitura auto Denso Corp., da sempre legato a Toyota.

La casa auto giapponese impegnerà anche altri $300 milioni nei prossimi tre anni. Si tratta di investitori già presenti nella regina delle startup della Silicon Valley da tempo, e la cosa sembrerebbe attirare l’attenzione sul fatto che Uber stia diventando sempre più giapponese.

Questo è un aspetto non trascurabile, in questi tempi di battaglie sulle aperture o chiusure dei mercati globali, visto che l’accordo dovrà passare l’approvazione dell’agenzia federale CFIUS (Committee on Foreign Investment in the United States).

Ma il bel colpo ottenuto dall’amministratore delegato Dara Khosrowshahi secondo noi risiede soprattutto nel consolidare la fiducia di un gruppo come Toyota che, conservatore sulla mobilità elettrica, lo è sempre stato altrettanto sulla mobilità autonoma.

Toyota, a cominciare dai suoi laboratori avanzati in California e in Giappone TRI e TRI-AD, si propone traguardi ambiziosi se si guarda all’orizzonte, ma se si guarda i passi immediati è quasi maniacale nella prudenza.

Così se a lungo termine la casa giapponese procede verso il Toyota Chaffeur (che ci scarrozzerà forse un giorno come il personaggio di Denholm Elliott in Una Poltrona Per Due) nel frattempo spinge per un sistema ADAS avanzato come il Toyota Guardian: in grado di rimediare agli errori, più che a controllare ogni aspetto dei nostri viaggi.

La Uber che diventa sempre più giapponese è una società che diventa sempre meno sinonimo di Silicon Valley dell’inizio di questa decade, una società che spacca e divide. Mentre si avvia verso una valutazione in borsa che potrebbe oscillare tra i $90 ed i $100 miliardi di valutazione, l’azienda diretta da Khosrowshahi sembra anche avere nel business plan la valorizzazione di settori che un giorno un grande gruppo auto avviato verso la mobilità multipla potrebbe considerare indispensabili. Ovvero: questa con ogni probabilità non sarà l’ultima notizia che include insieme Uber e Toyota.


Credito foto di apertura: ufficio stampa Toyota Motor Corp.