Uber diventerà sempre più app e sempre meno taxi: e fa sul serio

La startup di San Francisco sposa il modello tedesco della mobilità: vuole diventare punto di raccordo di tutte le soluzioni di trasporto e fare pace con le città

Ieri il sindaco di Washington Muriel Bowser  nell’ascoltare quello che aveva da dire l’amministratore delegato di Uber Dara Khosrowshahi ad una conferenza sulla mobilità in programma nella sua città deve aver pensato ad uno scambio di persona.

Perché quella presentata da top manager ex-Expedia, proveniente da una famiglia  rifugiatasi in America dopo l’inizio in Iran della rivoluzione degli ayatollah, è una svolta da inserire tra quelle da studiare nei testi di economia aziendale.

La startup (finora) più ribelle del 21° secolo raddoppierà i suoi sforzi sulla mobilità multi-modale e ha deciso di lavorare a stretto contatto con le istituzioni locali ai quattro angoli del globo.

Il suo nuovo obiettivo sarà sfidare il concetto attuale di auto di proprietà per proporre un alternativa complessa ma integrata fatta di bike sharing, servizi di acquisto biglietti al trasporto pubblico e non, noleggio auto e ride sharing.

Ha affermato, tra le altre cose, Khosrowshahi: “mentre pensiamo alle soluzioni per la mobilità urbana, dobbiamo arrivare ad una soluzione sul possesso dell’auto ed essere certi che vivere in una città non richieda l’auto“.

Si tratta di una rivoluzione così estesa che sembra impossibile che il numero uno Khosrowshahi l’abbia messa in campo come risposta politically correct alla pessima pubblicità che ha procurato ad Uber il recente incidente mortale in Arizona che per la prima volta ha coinvolto un taxi autonomo.

Uber sempre più non avrà a che fare con il prendere l’auto“, ha commentato, quasi a voler anche anticipare che i taxi autonomi seppure importanti non saranno più questione esistenziale per l’azienda come voleva il suo predecessore Travis Kalanick, “ma spostarsi nel modo più sostenibile e adeguato a ridurre i problemi di congestione delle città“.

Insomma Uber va verso una filosofia tedesca della mobilità. Perché tedesca? Perché Moia, marchio della mobilità del gruppo Volkswagen, e parimenti i marchi che all’interno di Daimler trattano i vari aspetti del viaggiare al di fuori della proprietà di un’auto hanno proprio i connotati, fin dai loro esordi, che ora la startup di San Francisco sta ora adottando.

Con Khosrowshahi che impersona la versione californiana di Ole Harms: l’amministratore delegato di Moia che non perde occasione di andare ad un convegno con i sindaci delle metropoli globali e di promettere di togliere auto dalle città, non di riempirle di taxi, autonomi o meno.

Non che le auto abbiano smesso di essere di attualità del tutto: Uber Rent passerà attraverso un partenariato con un’altra startup americana, Getaround, che offre (come Turo, partecipata da Daimler) un servizio di car sharing peer-to-peer.

Ovvero si può affittare, come si fa da tempo con l’abitazione grazie ad AirBnb, al momento opportuno anche la propria auto. Sapete già forse che AUTO21 non è molto convinto del successo di questa soluzione, almeno in Italia. A San Francisco invece sono convinti che sia una alternativa al servizio Uber X, laddove questo possa convenire alla clientela.

Secondo l’amministratore delegato di Uber ci sono numerosi momenti particolari che fanno sì che la gente che abita nelle metropoli continui a comprare l’auto. Il noleggio con Getaround (che ha ricevuto finanziamenti anche dal gruppo Toyota a sua volta partner di Uber) sarebbe in questi casi una alternativa.

Le alternative però sono anche convenzionali: a cominciare dalle biciclette. In particolare quelle, elettriche, di Jump. Il numero uno di questa società Ryan Rzepecki ha detto che il fresco legame tra la sua azienda ed Uber offrirà l’occasione di proporre le e-bike su una scala mai vista prima, partendo da accordi globali in città di tutto il mondo. E qui si comincia a capire meglio perché ormai ad Uber convenga non parlare alle città con gli avvocati.

Grazie ad accordi con la britannica Masabi, Uber sarà in grado di proporre acquisti integrati di biglietti di servizi pubblici in modo sempre più capillare. Ovvero, il cliente a bordo di un taxi privato senza cambiare schermata dal proprio telefono potrà acquistare un biglietto per il treno prima che l’autista di Uber lo scarichi all’ingresso della stazione.

Una rete di soluzioni di mobilità sempre più complessa spiega perché la startup di San Francisco abbia anche avviato una collaborazione con Shared Streets, società che lavora capillarmente al miglioramento della gestione del traffico dal marciapiede ai gate di stazioni o aeroporti.

Integrare varie forme di trasporto tra taxi privati, servizi pubblici, soluzioni peer-to-peer è una ragnatela in grado di far venire il mal di testa al miglior programmatore di reti neurali.

Forse per questo nello spiegare che in futuro sempre di più sarà investito nel servizio Uber Pool, i californiani cominciano a cercare di rendere più fluida l’integrazione anche chiedendo qualche piccolo sacrificio alla clientela.

Come rassegnarsi a fare qualche breve tragitto a piedi per accedere a zone che si possono raggiungere in tempi più rapidi: per far sparire la congestione dalle città non serve inventare le fermate dell’autobus, ma crearne di virtuali dove i flussi del traffico sono più rapidi magari, come il buon senso, può aiutare.


Credito foto di apertura: press kit Uber