In Arizona si è verificato il primo incidente mortale tra un robo-taxi ed un pedone

Il caso più temuto è avvenuto proprio nello stato americano che lascia mano libera alle società della tecnologia e alle case auto che effettuano test sulla guida autonoma

Che brutte ore sono per un paio delle aziende che appena un paio di anni fa erano forse le più invidiate della Silicon Valley: prima Facebook, con il titolo in picchiata in borsa per la vicenda Cambridge Analytica che ha manipolato i profili di 50 milioni di suoi iscritti.

E poi nella notte di domenica un incidente mortale avvenuto in Arizona ad un robo-taxi, con conseguenze fatali per un pedone. Uno, che è il primo caso, da alcuni temutissimo, con un veicolo a guida autonoma quale protagonista.

In breve i fatti per quello che al momento in cui scriviamo sembra confermato: una donna di 49 anni, Elaine Herzberg, attraversava la strada a Tempe fuori dalle strisce pedonali quando è stata urtata da un veicolo appartenente ad Uber.

Uber come molte altre aziende della tecnologia e case auto conduce in Arizona molti dei suoi test sui dispositivi avanzati di guida autonoma e a quanto risulta proprio ai sistemi computerizzati era al momento dell’incidente affidato il controllo, anche se una persona incaricata dall’azienda americana attiva nel ride hailing era a bordo per supervisionare i test.

Come nel caso della prima vittima dell’Autopilot su una Tesla, due anni fa, Joshua Brown, le agenzie americane competenti National Transportation Safety Board e National Highway Traffic Safety Administration hanno aperto indagini.

In quel caso era  stata attribuita alla vittima un iperbolico eccesso di disattenzione e fiducia nell’Autopilot (in prima versione e diverso da quello attuale). Ma le agenzie avevano anche biasimato Tesla per non aver fatto il massimo per far sì che atteggiamenti suscettibili di creare rischi come quelli tenuti dalla vittima potessero essere evitati, ad esempio mediante dispositivi di disattivazione.

In attesa di avere ulteriori dettagli sull’incidente mortale di Tempe in grado di chiarire quello che è avvenuto, non ci si può esimere dal porre domande che iniziano con “cosa succederà?”.

Cosa succederà ad Uber? La società dei taxi privati sembrava aver appena iniziato a mettere alle spalle un catastrofico 2017 per lanciare una offensiva di charme più collaborativa verso i suoi tradizionali bersagli, incluse le istituzioni.

A Londra aveva promesso di collaborare coi suoi preziosi dati sul traffico coi pianificatori locali per potersi reinserire nello scenario metropolitano della mobilità della capitale inglese e in altri casi il nuovo amministratore delegato Dara Khosrowshahi si è adoperato per creare una immagine collaborativa, invece che predatoria. L’incidente di domenica notte rischia di riaprire un libro fatto di cronaca nera.

Cosa succederà al software di Uber? L’azienda ha sospeso i test dei suoi sistemi oltre che in Arizona anche in California, a Pittsburgh ed a Toronto. Fino a quando non sarà possibile dimostrare che come in casi precedenti i robo-taxi di Uber erano incolpevoli adesso i test sul campo appaiono a rischio.

E anche se le inchieste dovessero finire con l’esito più favorevole comunque in un mondo dove tutti corrono a più non posso una battuta d’arresto forzata è un handicap notevole. Tanto più che solo pochi giorni fa era stato rivelato che dopo una serie di colloqui e incontri era stato raggiunto un accordo per provarli su veicoli autonomi Toyota.

La casa giapponese, si badi bene, insieme a Volvo è probabilmente la casa auto al mondo con l’approccio più prudente verso l’adozione di un sistema di guida autonoma avanzato. E poter arrivare ad equipaggiare in futuro uno dei 3-4 grandi gruppi globali, per chi ha ambizioni di sviluppare i software per la guida autonoma, era ovviamente un traguardo fondamentale. Ma ora messo in forse.

Cosa succederà alle politiche ed alle normative sui sistemi per la guida autonoma? In America l’amministrazione Obama era entusiasta dei veicoli elettrici e cauta su quelli autonomi, mentre come in molti altri settori la casa Bianca di Trump ha rovesciato la prospettiva.

Il Segretario ai Trasporti Elaine Chao non ha mancato a più riprese di segnalare che al governo compete di aprire le porte al business, anche a quello dell’auto senza guidatore. Un approccio, quello della signora Chao, che è stato recepito con entusiasmo da alcuni stati americani tra cui il Texas e proprio l’Arizona, con l’intenzione di attrarre il maggior numero possibile di case auto, startup e società della tecnologia nei propri confini.

Ora, dopo l’incidente di domenica notte, le istituzioni locali dell’Arizona a cominciare dal governatore Doug Doucey sottolineano che i test nei loro territori sono svolti nelle massime condizioni di sicurezza. Ma in America adesso potrebbe nascere una opposizione ai progetti delle Uber e Waymo.

Il tutto mentre proprio la società che ha ereditato il progetto della Google-car ha già ottenuto una licenza per operare robo-taxi senza nemmeno l’autista che era a bordo invece sul veicolo di Uber. Saranno ancora così tranquilli adesso i primi clienti di quei taxi vuoti e chi ha rilasciato loro le licenze?

Inoltre la cosa potrebbe avere un impatto anche sulla roadmap di altri protagonisti del settore: General Motors ha annunciato la settimana scorsa di aver destinato altri $100 milioni, oltre agli investimenti precedenti, allo stabilimento del Michigan di Orion Township, per accelerare il completamento della linea di produzione di robo-taxi senza autisti Cruise AV entro i primi mesi del 2019. Un investimento che potrebbe essere frenato.

Come un freno potrebbero subirlo i progetti legislativi altrove. Forse non in Cina, dove decide tutto il vertice, ma in Europa, ad esempio, il primo pedone vittima di un robo-taxi potrebbe indurre a ripensamenti o irrigidimenti dove le legislazioni sono a stadi più avanzati, come in Germania o in Gran Bretagna.


Credito foto di apertura: press kit Uber