Tredicesima, quattordicesima, ticket restaurant e… car sharing?

Con l’Arval Car Sharing le aziende potranno noleggiare ai propri dipendenti i veicoli delle proprie flotte anche per il tempo libero

Ieri pomeriggio presso la sede milanese la filiale italiana di Arval ha anticipato i dettagli della nuova opportunità che sta per offrire alle società a cui già fornisce una flotta aziendale: quella del car sharing. L’idea sottesa all’iniziativa è di far crescere l’efficienza dell’utilizzo dei parchi veicoli con la possibilità per i dipendenti di prenotarli e guidarli, anche per il tempo libero.

I dipendenti potranno usufruire di tariffe più convenienti rispetto a quelle che potrebbero ottenere da noleggi o car sharing convenzionali. Grégoire Chové, il direttore generale di Arval Italia ha dichiarato: “grazie alla nuova offerta, vogliamo dare alle nostre aziende clienti nuove opportunità per lo sviluppo del proprio welfare aziendale e ai loro dipendenti la possibilità di spostarsi in libertà, con un servizio facile, utile e conveniente“.

In effetti più che un benefit, per il dipendente si tratterebbe di un risparmio, mentre secondo Arval Italia le aziende che sottoscriveranno questa nuova offerta potrebbero ridurre i loro costi fino al 20%, visto che le tariffe pagate dai dipendenti alleggeriranno i canoni mensili.

Anche nel settore delle flotte si fa quindi largo il tormentone dell’efficienza del parco veicoli: oggi fermi per l’80% del tempo ed oltre. D’altro canto ricerche condotte per la messa a punto di questo programma hanno indicato che presso i dipendenti delle aziende che usano flotte il car sharing aziendale potrebbe essere ben recepito, in particolare dai giovani.

Alle aziende che aderiranno l’Arval Car Sharing costerà €5 aggiuntivi al canone mensile per veicolo, inclusa installazione di dispositivo di monitoraggio del veicolo per la connessione all’inevitabile app ed al server centrale. Prevista anche una success fee: una quota da stabilire basata sul risparmio reale per l’azienda che deriverà dall’utilizzo più o meno inteso del mezzo che rientrerà nel programma.

Il potenziale di successo di questa versione del car sharing pare collegato da un lato alla capacità di integrare quelli tradizionali, dall’altra alla varietà di mezzi tipica delle flotte. Le aziende, specie quelle della manifattura, ben difficilmente hanno sedi urbane. Spesso hanno le sedi negli hinterland oppure in aree prive di grandi centri urbani: si pensi alla provincia veneta, ad esempio. I dipendenti potranno ritirare i veicoli o presso i parcheggi delle loro aziende o presso centri in via di definizione quali officine convenzionate, aeroporti, stazioni, scelti anche in funzione di quale sarà il tasso di adesione delle società.

La varietà del parco veicoli appare un punto di forza e non solo perché la società francese prevede di arrivare a 10.000 veicoli in Italia entro il 2020 dai circa 3.500 attuali. Di fatto, uno dei tanti postumi della Grande Recessione, oggi il pendolarismo dei dipendenti si serve generalmente di mezzi piccoli che sono adatti solo ad affrontare con costi contenuti brevi distanze.

Il pendolare che guida una Panda tutti i giorni, ad esempio, da Oderzo a Conegliano (22,2 chilometri) o viceversa può essere in difficoltà, se quello è il suo solo mezzo, a caricare mountain bike ed annessi da utilizzare durante il ponte del 2 giugno o le ferie. Un crossover aziendale, specie se le tariffe saranno davvero competitive, per lui sarebbe la soluzione.

La varietà di mezzi di una flotta in grado di rispondere a una pluralità di esigenze sembra quindi un metro appropriato sul quale misurare le possibilità di successo del programma con cui l’azienda francese vuol riempire le caselle vuote di un’offerta che ormai spazia dai dieci minuti ai dieci anni di noleggio.

Ma se la corsa forsennata all’efficienza, in questo caso della flotta, ha un senso per la società che noleggia, aleggia però nell’aria qualche interrogativo sull’effettivo beneficio per chi è proprietario del veicolo. Non ci sono dubbi sul fatto che, se il pendolare veneto usa il crossover della sua azienda per le ferie, in questo modo Arval riesce ad intercettare un flusso di ricavi che altrimenti andrebbe ad un concorrente indiretto (Hertz, Avis & C).

Ma se il programma di car sharing aziendale avrà successo questo si tradurrà automaticamente in un aumento del chilometraggio di quelle auto che più i dipendenti gradiranno. Il che significa anche diminuire il valore di rivendita dell’usato delle auto di maggior successo.

Un fattore non trascurabile, se si pensa che va a impattare un modello di business, quello di chi noleggia a breve o lungo termine, in cui l’asset oltre ad essere finanziato, comprato e noleggiato deve anche essere rivenduto: e l’ultima non è certo la fase più trascurabile, anzi.

Non lo è perché la varietà dei mezzi delle flotte che appartengono alle società di noleggio a lungo termine ha un costo: chi noleggia a breve o brevissimo come Car2go o Enjoy non a caso tende a uniformare l’offerta proprio per contenere i costi spostandosi verso la commoditization dei suoi veicoli. Su questa uniformità le società prima risparmiano, ma poi la pagano a valle, assieme al chilometraggio, quando arriva il momento di rivenderli.

Nel caso dei mezzi delle flotte di proprietà di Arval (e delle altre società del noleggio di flotte) la varietà offerta ai clienti costa di più nella fase iniziale. Evitare la commoditization finora garantiva di recuperare qualcosa di più dall’usato rispetto a chi fa il car sharing convenzionale: ma puntare a far crescere le distanze che i veicoli percorreranno non potrà non avere conseguenze (la pressione sull’usato nei paesi sviluppati è al ribasso). Di quale entità resta da vedere.


Credito foto di apertura: Auto21