Tesla in Germania corre sulle montagne… russe

Quasi negli stessi giorni in cui i tedeschi hanno scoperto i modelli californiani, Elon Musk scopre cosa sia la IG Metall

Anzitutto le buone notizie. Ricordate i dati di vendita americani sulle berline di lusso? Quelli che certificano le Tesla come avversarie numero uno per le marche premium tedesche e Lexus. O, più esattamente, ormai sono il punto di riferimento su cui devono recuperare. E ora quelle classifiche di vendita diventano una realtà, più che un caso fortuito, anche fuori dagli Stati Uniti.

Addirittura nella stessa Germania, perché, esaminando i dati di marzo della KBA (riportati qui sull’affidabile sito di Jose Pontes) si scopre che, sì, la Serie 7 BMW guida ancora le vendite delle sportive di lusso con 602 unità consegnate. Ma la marca californiana è solo a 150 unità di distanza. La Mercedes Classe S (che per la verità attende il restyling appena presentato a Shanghai) ha venduto 587 auto e la Panamera 457.

Malgrado giocasse in casa Porsche ha fatto poco meglio della Model S (457 consegnate). Le Audi A7 vendute? 283. La concorrenza Tesla in questa fascia dalla clientela molto redditizia diventerà forse ancora più temibile per le tre marche tedesche: come noto la casa di Palo Alto ha appena fatto della versione con batteria da 75 kWh il suo modello base e più conveniente (in attesa della Model 3) tagliando il prezzo americano di $5.000.

Non c’è in pratica addetto ai lavori che non abbia notato che partendo da $69.500 (circa €65.000) ora la casa americana è molto vicina alla soglia che consente di entrare nel regime degli incentivi fissati in Germania per chi compra veicoli elettrici. In altri termini, effettuando un lavoro di cesello sugli optional della Model S base, il marketing che fa capo ad Elon Musk potrebbe decidere di infastidire ancora di più la concorrenza prodotta in Baviera ed in Svevia.

Ma non tutto quello che succede tra Reno ed Oder in queste ore è motivo di soddisfazione per l’imprenditore di origine sudafricana. Se le vendite tedesche inviano segnali favorevoli la produzione gli sta invece creando grattacapi imprevisti. A poche settimane dalla presentazione della Tesla Model 3 (che sarà il primo modello di massa sfornato dalla linea di produzione di Fremont) proprio la Germania potrebbe costituire un ostacolo ai piani fissati da Tesla.

Perché in Germania ha sede la Grohmann Engineering acquistata da Musk a novembre del 2016 ed ora Tesla fa conoscenza dei rapporti coi sindacati, qualcosa a cui in America finora è riuscita a sottrarsi. La centrale sindacale IG Metall sta negoziando per i propri iscritti, che all’interno di Tesla Grohmann sono la maggioranza come spesso accade nelle grandi società della manifattura tedesca, migliori salari e cerca garanzie sui livelli di occupazione.

Musk ha inviato una lettera in cui ha dato sostanziali garanzie: in particolare sui livelli di occupazione, spingendosi fino a garantirli per i prossimi cinque anni. Per quanto riguarda il livello di reddito, i dipendenti puntano ad aumenti di €400 mentre Tesla offre ora tra €150 e $159. Inoltre vengono proposte azioni della società per €10.000 distribuite in quattro anni.

Con la Model 3 in arrivo e la Tesla Grohmann destinata a produrre degli inverter essenziali per la vettura media già ordinata in quasi 400.000 esemplari, non c’è molto tempo per arrivare a una soluzione stabile. Quello che è interessante è che qui sembra verificarsi uno scontro non solo di interesse ma anche di mentalità. Musk e i vertici Tesla continuano ad avere un approccio al reddito che proviene dal lavoro in una azienda usando il metro della startup.

Per un programmatore o un ingegnere della Silicon Valley è normale investire molte ore con una quota di rischio, affiancando ad un salario base marginale quote di una società che può o meno avere successo. Di fatto il programmatore, come il piccolissimo imprenditore, è una vittima del bias ottimistico e destinato spesso a restare deluso.

Le probabilità che, negli Stati Uniti, una piccola impresa sopravviva cinque anni sono circa del 35 per cento. Ma gli individui che fondano tali aziende non credono che le statistiche valgano per loro“, così descrive1 il bias ottimistico all’opera il premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman. Il razionale programmatore e l’imprenditore attentissimo ai conti, per partire con una iniziativa commerciale attingono in fondo alla… irrazionalità.

Ma qui stiamo parlando di una azienda agli esordi: invece Tesla ha ormai superato quanto a capitalizzazione di borsa le grandi imprese americane dell’auto che producono milioni di vetture di più. E tuttavia chiede ai dipendenti di continuare ad adottare l’atteggiamento di chi lavora in una piccola startup.

Si tratta di un genere di pressione che non è certo limitato alla sola Tesla. Banche italiane quali Montepaschi, Banca Etruria, Veneto Banca o Popolare di Vicenza di fatto hanno preteso che i dipendenti investissero in titoli aziendali risparmi o liquidazioni, coi risultati che abbiamo appurato. La prima ricetta per non perdere il capitale è del resto una sola: mai mettere tutte le uova nello stesso paniere.

E tuttavia non ci sarà troppo da meravigliarsi se i dipendenti Grohmann alla fine accetteranno anche le azioni. Dopo tutto, non è forse quello che fanno molti dipendenti Volkswagen, BMW o Daimler, comprare azioni della propria società?

Anche con i risvolti amari, come è successo a operai e quadri di Wolfsburg e degli altri impianti quando il titolo è crollato per il dieselgate. I dipendenti della vecchia manifattura mitteleuropea si comportano in modo simile (fedele e, sì, irrazionale) a quello delle startup della Silicon Valley, se convinti della politica aziendale.

E forse Elon Musk dovrebbe leggere quello che ha scritto Christian Rickens su Handelsblatt, un quotidiano finanziario, non un foglio trotzkista: “In realtà, Tesla ha l’opportunità di imparare qualcosa da Grohmann. L’industria tedesca dell’auto è forte grazie ai consigli di fabbrica ed ai sindacati, non malgrado loro. Spesso avviene che siano i rappresentanti dei dipendenti a determinare le prospettive a lungo termine per le decisioni sugli investimenti“.

Facendo, cioè da contrappeso agli investitori finanziari portati allo short-termism. L’approccio radicale di molte startup della Silicon Valley ha guardato spesso al breve periodo, con conseguenze negative sulla crescita nel lungo. La convinzione di far parte di una azienda che costruisce sul lungo periodo è, curiosamente, simile all’approccio di alcuni imprenditori della costa del Pacifico che hanno saputo dribblare la ricerca di utili e/o dividendi a tutti i costi preferendo anno dopo anno invece guardare alla crescita nel mercato e a posizioni di leader.

Così, i rapporti sindacali con la IG Metall o la coesistenza con l’economia sociale di mercato, è meno complicata di quello che appare a prima vista per una azienda con la visione globale dell’Amazon di Jeff Bezos che per chi ha l’atteggiamento del raider di Wall Street. E se Musk vuol fare di Tesla una forza dominante nella mobilità ben oltre il fenomeno passeggero, forse qualcosa da imparare in Germania lo troverà davvero.

1 pagina 283, Daniel Kahneman: “Pensieri lenti e veloci“, Mondadori, 2011.


Credito foto di apertura: press kit Tesla