Johnson Matthey stacca la spina allo sviluppo delle batterie

Il gruppo chimico inglese a sorpresa mette in vendita la divisione che ha sviluppato le celle ad alto contenuto di nichel ELNO e in futuro punterà su idrogeno e de-carbonizzazione

La transizione alla sostenibilità nella manifattura e nell’industria è una necessità urgente, ma anche un percorso che non sarà completato felicemente da tutti quelli che lo iniziano. È la considerazione che si può trarre dall’addio di un grande gruppo della chimica come la britannica Johnson Matthey al settore dei materiali per batterie, nonostante le competenze e la ricerca e sviluppo portata avanti nel recente passato in questo ramo.

Johnson Matthey è da molti decenni un gruppo specializzato nel settore chimico e dei materiali e con un fatturato equivalente a €4,8 miliardi. La maggior parte dei suoi ricavi derivano dalla divisione attiva nei convertitori catalitici, che vengono utilizzati per ridurre le emissioni di veicoli, navi e centrali elettriche, e negli additivi chimici speciali. In altre parole cambiare catalizzatori per veicoli con batterie sembrava un buon esempio di riconversione da additare quasi a caso-scuola.

Ma nella nota ufficiale diffusa ieri Johnson Matthey ha rivelato le conclusioni dell’analisi sulle prospettive della commercializzazione della sua gamma di materiali catodici ad alto contenuto di nichel mirati al settore automotive, in particolare sul prodotto battezzato ELNO che avrebbe dovuto uscire da fabbriche in Polonia e Finlandia in costruzione per produrre su ampia scala dal 2024.

Come indica il gruppo britannico senza usare perifrasi, “a seguito di una revisione dettagliata e prima di raggiungere una serie di traguardi di investimento critici, abbiamo concluso che i potenziali ritorni dalla nostra attività sui materiali per batterie non saranno adeguati a giustificare ulteriori investimenti”.

La domanda per materiali e batterie che sta accelerando, secondo l’analisi di Johnson Matthey sta rapidamente trasformando il mercato delle celle e dei materiali a queste necessarie un settore di commodities ad altissimi volumi, con caratteristiche simili, ad esempio a quelle dei semi-conduttori. La direzione del mercato per il management non è compatibile con l’intensità di capitale del prodotto sui cui i britannici lavorano che “è troppo alta rispetto ad altri produttori più affermati su larga scala e a basso costo”.

La reazione è che il board ha deciso di perseguire la vendita di tutto o parte del settore dei battery materials con l’intenzione finale di uscirne. Johnson Matthey quindi effettua una clamorosa retromarcia rispetto a quello che sembrava il settore destinato a farla crescere nei prossimi lustri.

In attesa di ulteriori annunci, una divisione che ha un organico di 430 persone dovrà trovare un altro acquirente interessato, con una possibile svalutazione di asset aziendali per £340 milioni. Il gruppo inglese spera di trovare ex-rivali interessati ai materiali delle batterie a basso contenuto di cobalto ELNO, i cui test coi clienti starebbero peraltro andando bene.

Sul FTSE 100 di cui fa parte il corso azionario ieri è sceso del del 17%, il livello più basso da dicembre, eliminando oltre £900 milioni dal valore di mercato della società; contemporaneamente Johnson Matthey ha annunciato che l’amministratore delegato Robert McLeod, che aveva tracciato il business plan si farà da parte per lasciare spazio dal prossimo marzo a Liam Condon, attualmente a capo della divisione agricola del colosso della chimica tedesca Bayer.

Con l’arrivo dell’apprezzato manager irlandese, Johnson Matthey sembra non avere alternative al concentrare tutti i propri sforzi sugli altri progetti innovativi che accanto alle batterie avevano attirato investimenti negli ultimi anni: quelli che coinvolgono l’idrogeno e la de-carbonizzazione della produzione chimica, inclusa l’economia circolare.

Sull’idrogeno il gruppo ha appena confermato nuovi investimenti per £1 miliardo entro la fine dell’attuale decade. Questo include lo sviluppo sui catodi utilizzati negli elettrolizzatori che scompongono l’acqua in idrogeno verde, nonché altre tecnologie per la produzione di idrogeno blu ottenuti da combustibili fossili ma abbinati a sistemi di cattura e stoccaggio del carbonio.

Credito foto di apertura: ufficio stampa Johnson Matthey