Là dove c’era l’erba ora c’è (o ci sarà) una Gigafactory di batterie

La corsa all’auto elettrica vuol dire anche rincorsa alla produzione di batterie: le Gigafactory che stanno nascendo in Europa per equipaggiarle sono state sotto i riflettori al Battery Show Europe 2019

Al Battery Show Europe 2019 una delle conferenze più seguite è stata quella della giornata conclusiva di ieri, dedicata ai progetti di Gigafactory. Un fenomeno recente qui in Europa e nato perché i produttori di celle per batterie devono far fronte all’esplosione della domanda da parte dei gruppi auto continentali che paiono aver programmato tutti insieme la svolta a zero emissioni, partendo da fine 2019, ma soprattutto dal 2020 in poi.

Markus Woland, moderatore della sessione, è un esperto di batterie della società di consulenza tedesca P3 Group, che lavora per numerose case protagoniste della nuova era elettrificata. Ha attirato l’attenzione dell’auditorio su una domanda di celle da parte dei gruppi auto che nel 2025 potrebbe tradursi in 290 GWh (rispetto ai 1.200 di domanda stimata globale). Ovvero, con buona approssimazione, nella sola Europa sarà prodotto quanto nel 2018 in tutto il pianeta.

Gli annunci di progetti degli ultimi mesi per quella data, una volta sommati corrispondono ad una capacità produttiva di 160 GWh. Il che implicherebbe che se non partiranno presto altri progetti ed altri investimenti ci sarà un gap nel 2025 tra quanto potrà essere fornito dalle fabbriche insediatesi in Europa (di proprietà europea ma anche asiatica o americana) e quanto servirà alle case per collocare nei pianali dei loro modelli elettrici.

Questo scarto a prima vista parrebbe un assist all’importazione dall’Asia di prodotti industriali ormai essenziali. Woland è però ottimista e i partecipanti al panel hanno sostanzialmente corroborato il suo ottimismo: “l’Europa ha eccellente accesso ai mercati, una solida catena del valore e una forza lavoro altamente qualificata, il che la metterà in una posizione favorevole per entrare nello scenario della produzione delle celle agli ioni di litio“.

Il che non significa che sia semplice né ridurre il gap produttivo né rimettersi in corsa recuperando il tempo perso rispetto alla concorrenza globale: “ci vorranno 5/8 anni ed investimenti che costeranno circa €10 miliardi, ma non è troppo tardi“.

Un aspetto interessante di questa conferenza del Battery Show Europe 2019 è stata la presenza di due manager europei (Gordon Bach e Sebastian Wolf) a rappresentare rispettivamente le cinesi CATL e Farasis, che hanno deciso di aprire fabbriche nel vecchio continente per stare vicine alla catena del valore dei loro clienti.

Si tratta soprattutto dei gruppi tedeschi e francesi, dato che FCA si è mossa finora con estrema ritrosia sul fronte dell’elettrificazione. Mentre i produttori coreani preferiscono l’Est Europa per i loro insediamenti, sia CATL che Farasis hanno scelto la Germania: l’una in Turingia e l’altra appena decisasi per la Sassonia-Anhalt.

Inevitabile che fossero gli asiatici a venire in Europa, dato che in attesa di scoprire le reali tempistiche dell’iniziativa franco-tedesca Airbus delle Batterie (varata ufficialmente la settimana scorsa), finora sono state pochissime le scommesse sul settore da parte di player europei.

Uno è Northvolt, ormai avviata in Svezia ma azienda davvero globale, con quaranta nazionalità rappresentate, tra cui l’italiano co-fondatore Paolo Cerruti. Il manager Northvolt Martin Anderlind ha inviato un segnale positivo a chi pensa che in Europa ci sia un gap difficilmente colmabile sui costi, ad esempio dell’energia.

Insediare in Germania una fabbrica di celle vuol dire senza dubbio confrontarsi con paesi dell’Est Europa in cui l’energia costa il 72%, mentre nella Corea del Sud stabile protagonista del settore costa il 90% rispetto alla prima economia europea.

Da parte sua Anderlind ha però affermato senza mezzi termini che i motivi per cui Northvolt aprirà la Gigafactory da 32 GWh in Svezia è perché là si possono fare celle per batterie “cheaper and greener“, concetto così chiaro che non richiede traduzione.

Il mix energetico della Scandinavia comporta infatti che paragonata a un’auto convenzionale che emetta 150 gr di CO2, la produzione di batterie svedese permetta ad un’auto elettrica di arrivare alla parità sulle emissioni clima-alteranti in soli nove mesi contro i due anni e mezzo di un’auto dotata di batteria prodotta con mix di generazione medio attuale (il tutto considerando che l’auto percorra 12.000 chilometri l’anno).

Là dove c'era l'erba ora c'è (o ci sarà) una Gigafactory di batterie
Al Battery Europe Show 2019 una parete dello stand Node Pole sottolineava la rapidità nel raggiungere la parità di emissioni di CO2 con le auto termiche usando batterie prodotte col mix energetico svedese (Credito foto: AUTO21)

Anderlind è stato anche positivo sui lati vantaggiosi dell’essere un giocatore che scende in campo a partita iniziata: occorre tempo per la preparazione della forza lavoro e anche per creare le necessarie sinergie con politecnici ed università in grado di lanciare giovani con le competenze appropriate a entrare in un mondo del lavoro che sta cambiando.

Un altro partecipante scandinavo alla conferenza di Stoccarda ha attirato l’attenzione su un aspetto il cui valore è in crescita esponenziale. I manager delle Gigafactory devono sapere che quello dei costi disancorato dalle responsabilità sociali è un mondo che appartiene sempre più al passato.

Patrik Öhlund di Node Pole, un consorzio svedese che lavora per attirare nuovi progetti di gruppi della manifattura in particolare nei settore innovativi come le batterie, ha messo in evidenza come nell’aprire una Gigafactory ormai l’impronta ambientale complessiva sia un fattore destinato a diventare sempre più importante.

Un aspetto, quello della trasparenza, che molti gruppi auto hanno ormai ben presente. E tuttavia non solo manager ed investitori ne saranno sempre più consci: secondo Öhlund dove si tratta di manifattura, di batterie o di auto, anche la clientela vorrà sempre più dettagli sulla filiera, come ormai è diventato la norma nel settore food.

La trasparenza richiesta a chi si orienta verso la manifattura delle nuove Gigafactory si misurerà sempre più con questo approccio, anche perché in futuro la aspetta al varco la prossima “generazione-Greta“, che diventerà la clientela del domani.

Non aspetteranno però il domani alcune intraprendenti associazioni ambientaliste. Öhlund ha spiegato che di recente ha avuto contatti con Greenpeace: in futuro monitorerà l’impronta delle Gigafactory come fa già con la manifattura tradizionale ma anche con quella più moderna, come i data center.

Se la clientela è sempre più interessata all’aspetto dell’impronta ambientale complessiva, hanno concordato i partecipanti, le altre prime preoccupazioni sulle batterie sono pratiche: quanti sono gli anni di vita prevedibili per la batteria, le possibilità di ricarica veloce ed eventualmente gli effetti di quelle ricariche sulla durata della batteria.

Nessuno ancora è preoccupato del futuro della tecnologia delle batterie al momento dell’acquisto, ad esempio di domandare se potrà avere celle solid state. E oggi come oggi  chi deve mettere in piedi le Gigafactory ha a sua volta troppo da fare.

Come ha commentato il manager CATL Gordon Bach: “le giornate normali sono già così piene che non capita a chi fa il mio lavoro di pensare in continuazione se poi useremo batterie solid state con elettroliti basati su solfuri misti o superconcentrati“. Ma al Battery Europe Show 2019 anche di questi settori futuristici si è parlato: ci torneremo presto.


Credito foto di apertura: press kit Northvolt