Le case investono sempre di più senza vedere la bolla dell’auto elettrica?

Ormai il totale degli investimenti nei settori innovativi ha superato i 91 miliardi di euro: ma l’auto elettrica non ha il marchio di fabbrica della bolla speculativa

All’inizio della settimana, era il 15 gennaio, l’agenzia Reuters ha pubblicato un approfondimento sui $90 miliardi (73,6 in euro) che i gruppi globali dell’auto stanno per spendere nell’innovazione: investimenti che spazieranno dallo sviluppo delle batterie alla guida autonoma.

Se avessero atteso poche ore, avrebbero fatto a tempo ad inserire nel conto altri $22 miliardi (circa 18 in euro) che Hyundai ha deciso di spendere nei prossimi cinque anni sulle nuove tecnologie.

Quella somma, che comporterà un aumento della forza lavoro del gruppo coreano di 45.000 persone, si aggiunge ai $19 miliardi di investimenti già decisi da gruppi americani, ai $21 previsti in Cina e ai $52 in Germania.

Non è solo la cifra complessiva ad essere eloquente, lo è anche l’entità dell’aumento degli importi destinati a finire in spese in conto capitale. In particolare quelle per ricerca e sviluppo: il gruppo Daimler ha deciso di passare dagli €8 miliardi precedentemente fissati a €14. Ford ha addirittura raddoppiato la cifra fino a circa €9 miliardi.

Anche la filiera automotive prevede di allargare i cordoni della borsa. Solo nella settimana che si conclude oggi abbiamo appreso che l’azienda chimica tedesca BASF spenderà €400 milioni per una nuova fabbrica di catodi per batterie auto. Il gruppo della fornitura Continental prevede di usare fino a €5 miliardi per acquisizioni o investimenti nei settori innovativi.

Il gruppo Volkswagen spenderà entro il 2030 $4o miliardi, una cifra imponente ma anche un’eccezione alla regola perché il suo capex ratio, il rapporto tra spesa in conto capitale e ricavi scenderà dal 6,9% del 2016 al 6% del 2020 e 2025.

Considerati i ricavi previsti in crescita per il gruppo di Wolfsburg, la cifra spesa potrebbe tornare in pochi anni ad avvicinarsi a $15 miliardi. Come quando gli importi incanalati in ricerca e sviluppo superavano quelle di ogni altro gruppo globale tranne Amazon. Sono state di poco inferiori le spese 2017 in conto capitale di Apple, per esempio, che includono anche gli investimenti in ricerca e sviluppo.

All’economia globale la ripresa degli investimenti di uno dei settori determinanti della manifattura sembra poter fare un gran bene. Perché per lunghi anni le spese in conto capitale da parte delle più grandi imprese globali sono state sistematicamente rinviate a tempi migliori.

Un fenomeno che data all’inizio del secolo, ovvero perfino prima della Grande Recessione. Gli utili delle multinazionali, incluse quelle del settore industriale ed automobilistico, sono stati abbondantemente re-investiti, ma con la crescente preferenza per i buyback, il riacquisto di azioni proprie.

Ma ora c’è già chi teme che la ripresa degli investimenti potrebbe trasformarsi in un boomerang. Ovvero che questa montagna crescente di spese in conto capitale stia scivolando verso quella che temono potrebbe rivelarsi una voragine: la bolla dell’auto elettrica (e quella della guida autonoma).

Purtroppo a questo riguardo non basta a rassicurare che investimenti massicci abbiano luogo in una fase di espansione economica, come è l’attuale, se si guarda all’assetto globale. La bolla di internet e quella immobiliare si sono formate in anni di crescita, non certo in anni di recessione.

E tuttavia non è impossibile identificare quelli che sono gli inconfondibili segnali di allarme inviati da un settore dell’economia che si avvia a trasformarsi in una bolla speculativa.

Il più chiaro, quasi un marchio di fabbrica, è lo svincolarsi di prezzi e valutazioni da ogni ragionevolezza. I prezzi tendono a salire travolgendo ogni timore ed ogni logica.

Il meccanismo che invita a comprare è basato sul fatto che quello che è offerto oggi domani costerà di più. Anche se è un villino in Costa del Sol a mezz’ora dalla spiaggia e con l’impianto idraulico raffazzonato; anche se sono azioni di una startup della consegna a domicilio dei cibi per pesci rossi.

Gli investimenti nella mobilità elettrica sono di segno opposto, a ben guardare. Oggi non troverete nessuno che stia mettendo soldi in una startup che studia un nuovo catodo per farne salire il valore di collocamento in borsa: se il nuovo elettrodo è un successo il valore nasce dal poter vendere un’auto con una batteria dal costo inferiore a quelle attuali e con più autonomia.

Se l’agente immobiliare della Costa del Sol dieci anni fa nella trattativa col cliente parlava di un appartamento per le vacanze il cui valore doveva per forza salire, il venditore, poniamo, di una concessionaria Nissan ha di fronte un cliente a cui propone una Leaf il cui prezzo non sale più di tanto rispetto alla prima generazione.

Al contrario aumenta l’autonomia della sua batteria. Il cliente dell’auto elettrica al contrario di quello del mercato immobiliare pre-bolla, ha caso mai i timori contrari: che la Leaf con batteria da 40 kWh sia seguita molto presto, troppo presto, da quella con la batteria da 60 kWh, e che quando la nuova versione uscirà per il calo dei prezzi delle celle la differenza sia molto esigua.

Che un settore sia vaccinato ai rischi di trasformarsi in bolla lo si può vedere quando la tecnologia corre, il mercato cresce, i prezzi scendono. E allo stesso tempo il valore di quello che complessivamente l’offerta è in grado di proporre cresce.

Finché questi resteranno gli obiettivi degli investimenti in innovazione delle case auto, e finché la parità tra auto elettriche e convenzionali non sarà una realtà, l’elenco compilato dell’agenzia Reuters sembra destinato ad allungarsi e l’eventualità di una bolla dell’auto elettrica rimanere un timore infondato.


Credito foto di apertura: ufficio stampa Jaguar Land Rover