Babbo Natale porterà carbone nel camino di Uber

Il cartellino rosso della motorizzazione californiana è niente rispetto alle perdite accumulate nel 2016 ($2,2 miliardi)

Piuttosto grigia la settimana che precede il Natale per la società di Trevis Kalanick: prima per le notizie delle perdite e poi per quelle provenienti dal suo giardino di casa, dalla California. Ieri Marisa Kendall in questo articolo sul quotidiano San Jose Mercury News riepilogava la breve esperienza di test delle auto autonome di Uber a San Francisco, conclusa dopo una sola settimana. Dal Department of Motor Vehicles dello stato del Pacifico è arrivata la decisione di ritirare l’immatricolazione alle sedici Volvo XC90 in attività.

La startup americana si è rifiutata di richiedere l’apposita licenza di test sperimentale per le auto a guida autonoma. Uber ha sempre sostenuto di non averne bisogno perché i propri prototipi non sarebbero autonomi a pieno titolo ma necessitano di supervisione umana. In questo modo l’azienda regina del ride sharing evita non tanto di spendere ben… $150 per la licenza, come fanno Google (ora Waymo) o Nvidia, ma il conseguente obbligo di riferire problemi e sinistri, che diventerebbero immediatamente pubblici invece di restare sui server aziendali.

Per dirla tutta, Tesla Motors, che ha una licenza per auto test, non è certo nota per riferire ogni singolo momento difficile della sua flotta. E nei primi test a Pittsburgh le auto di Uber sembra abbiano avuto una vita tranquilla. Ma nella Baia di San Francisco qualche problema di convivenza pare invece esserci stato, specie con biciclette e ciclisti. E con ogni probabilità per la coriacea Uber si tratta solo di un passo falso, in attesa di ritornare a muoversi nel proprio stato di origine in modo mediaticamente meno autolesionistico.

Ma se la settimana di tensione con la motorizzazione californiana è stato solo un lampo in un lungo processo di sviluppo della tecnologia di guida automatica dei futuri robo-taxi di Uber, molto più che un passo falso, ma una preoccupante conferma di un trend negativo sono invece i numeri dei conti della società americana del terzo trimestre 2016 da poco rivelati.

Le perdite sul mercato di casa, gli Stati Uniti, sono di $100 milioni. Questa è la notizia buona. Nei primi nove mesi del 2016 ha perso $2,2 miliardi, malgrado il fatturato in crescita: dai $3,8 miliardi del primo trimestre si è passati ai $5,4 del terzo. E questo malgrado abbia finalmente smesso di perder soldi in Cina, dove ha alzato in buona sostanza bandiera bianca alla rivale Didi Chuxing.

In un panorama del genere, con le perdite spiegate dagli analisti come dovute o ai sussidi offerti alla clientela o a quelli proposti ai propri guidatori (che peraltro sembrano molto meno contenti dei clienti che utilizzano l’app) sembra inevitabile che per mirare a raddrizzare i conti Uber debba tendere ad arrivare a liberarsi di uno dei suoi principali centri di costo: i guidatori. Ma questo primo scontro con la motorizzazione californiana pare solo una avvisaglia.

A tutti gli aspiranti protagonisti dell’auto autonoma e dei robo-taxi sarà richiesta molta circospezione nel giungere ad ottenere quella certificazione normativa che prevenga ed eviti tra loro ed i consumatori una serie di interminabili conflitti. Una guerra che finirebbe per allontanare anziché avvicinare uno scenario in cui la guida autonoma sia un elemento di normalità e quotidianità.


Credito foto di apertura: Volvo Italia media website