BUSINESSOPINIONI

Elon Musk non piace, quando gioca il gioco di Wall Street

Ieri, quando Elon Mask ha annunciato la propria intenzione di acquisire il controllo completo di Solar City, l’azienda di servizi energetici che ha lanciato ed imposto in America il leasing per l’installazione dei pannelli solari, la prima reazione dei mercati finanziari è stata quella abituale: è salito il corso azionario della “preda” e sceso quello della società che dovrebbe acquisirla, ovvero Tesla, che prevedeva di acquistarla pagandola con azioni proprie. La proposta (non di una operazione già definita si tratta) riguarda due società di cui Musk detiene circa un quinto e potrebbe valere fino a $2,96 miliardi: il risultato immediato è stato far sì che Solar City salisse del 18% e Tesla calasse dell’11%. Il valore di quest’ultima è sceso di $3,8 miliardi, a fronte di una Solar City che complessivamente ne capitalizza $1,8.

Non il migliore degli esordi per questo progetto, se si pensa che anche il premio per chi ha azioni Solar City con la prima reazione dei mercati è sceso da un attraente range compreso tra il 21-30% ad un più modesto 8-15%, nonostante la proposta iniziale fosse generosa: si valutava l’azione di Solar City a 12,6 volte il fatturato, contro una media di settore di 5,7 volte i ricavi (Tesla attualmente ha ricavi che sono circa dieci volte quelli di Solar City).

La rivista Forbes ha subito fatto i conti in tasca a Musk riferendo che l’idea gli è costata $700 milioni nel bilancio complessivo della fortuna personale. Ma quello era ieri, soltanto il primo giorno dell’operazione: oggi le cose continuano a peggiorare perché l’idea di fondere le due compagnie e fare di Solar City un ramo d’azienda di Tesla continua a non convincere Wall Street: come scrive qui il sito finanziario CNBC questa operazione è un bell’esempio di filosofia di Wall Street in guerra con la filosofia di Silicon Valley.

Le azioni di Tesla oggi hanno perso un altro 8%, e Musk ha dovuto procedere ad un’altra conference call con gli investitori, in cui ha insistito sulla sua idea. Come sua abitudine lo ha fatto rilanciando e sparando grosso: ovvero che un giorno con il business di Solar City in pancia Tesla potrebbe valere $1.000 miliardi. Le due aziende combinate insieme sarebbero una società integrata verticalmente in grado di offrire ai clienti energia green a 360°, dall’auto che il cliente guida all’energia che serve per ricaricarla, fino al prestito che serve per installare i pannelli solari. Detto così suona in modo singolarmente convincente.

Il columnist di Bloomberg Matt Levine si è anche posto qui una domanda che vale certamente la pena di porsi: se al di là dell’attrattiva di facciata per una azienda dell’energia innovativa a 360°, al contrario Musk non sia arrivato alla conclusione che sotto sotto Tesla e SolarCity siano entrambe e prima di ogni altro aspetto due società nel business delle batterie, e che unirne le forze e le risorse non possa rendere entrambe migliori sia tecnicamente che commercialmente. A questa conclusione nell’ultimo mese sembrano essere arrivate il gruppo Daimler-Benz, che ha aperto una propria succursale dedicato allo stoccaggio di energia domestico e anche BMW, che ad una fiera specializzata di Montreal ha appena presentato un progetto di stoccaggio basato sulle batterie delle sue i3.

Ma per Musk il lato complicato non è tanto integrare due società che operano entrambe nell’energia alternativa, quanto integrare due aziende accumunate dal perdere soldi, e tanti: ben $5 sono i miliardi di cash che hanno bruciato, insieme, lo scorso anno. Spiegava l’analista Michael Morosi di Avondale Partners a Techcrunch.com: Tesla ha un rapporto di debt-to-equity di 3,4 contro 1,6 di FCA e 1,7 di General Motors. Solar City a sua volta ha $6 miliardi di passività, incluso il debito, che ha almeno il vantaggio di essere prevalentemente del tipo che in America viene classificato come project-level, ovvero assomiglia più al debito di un mutuo, destinato ad entrare in possesso di un asset, che al debito della carta di credito, speso in consumi.

Le sinergie potrebbero essere complicate anche per i modelli di business molto distanti. Tesla Motors ha venduto auto brillanti e innovative ad un cliente che non era intimorito dal cartellino del prezzo. La mission di Solar City ha invece sottolineato l’integrazione dell’obiettivo ambientale con quello economico: fornire energia ad un costo più basso di quella fossile. Inoltre, il modello Tesla rifugge l’intermediazione (leggi concessionari) per andare a cercare il rapporto diretto col cliente, ben lontano da quello di molte aziende del solare, che si reggono su un piccolo esercito di installatori e sul porta a porta e le vendite via call center.

E Solar City, come molte altre società operanti nel settore dell’energia solare, era diventato uno dei bersagli facili degli short-seller di Wall Street, sempre alla ricerca di trading a basso rischio d’insuccesso. E qui si è probabilmente creato un corto circuito tra schemi mentali di Wall Street e schemi della Silicon Valley. Proprio la discesa costante delle azioni di Solar City deve aver indotto Musk a fare quello che avrebbe fatto ogni finanziere di Wall Street: cogliere l’opportunità di acquisire il controllo totale della compagnia spendendo il meno possibile. Ma Musk non è uno short-seller: le sue mosse sono valutate come quelle di un funambolo della Silicon Valley. Così l’intervento, per i commentatori in servizio permanente effettivo di Wall Street, è diventato subito un bail-out: un salvataggio.

Craig Pirrong, professore di finanza all’università di Houston, ed uno dei più salaci critici di Musk che possiate trovare sulla faccia della Terra, ha scritto un post di fuoco sull’acquisizione di Solar City, con l’idea che si tratti di una misura disperata per circostanze disperate. Pirrong gli muove anche questo addebito: “ogni volta che la gente inizia a sollevare dubbi su Tesla, Musk ha pronto qualche grandioso annuncio sulla prossima new big thing, anche se non ha finito di portare a termine l’ultima new big thing, e nemmeno la precedente new big thing che c’era prima. E’ un classico trucco del venditore di fumo“.

Un giorno potremmo forse scoprire che Pirrong abbia ragione, quando tutte le società di Musk porteranno i libri in tribunale, ma il problema dell’integrazione di Solar City in Tesla sembra essere l’opposto: che per una volta dal businessman di origine sudafricana non arriva un nuovo annuncio roboante di un progetto fantascientifico ma un piano che qualsiasi studio specializzato in fusioni ed acquisizioni potrebbe formalizzare. E vedere aziende che perdono soldi, anche tanti, è qualcosa che si perdona e su cui si sorvola soltanto se si dispiega davanti a chi potrebbe perderne un affresco fatto di un futuro che non c’è ancora, non di debiti che ci sono già e rischiano di aumentare.


Credito foto di apertura: Solar City website