Un pieno di investimenti

Ieri (ieri sera in Italia) Uber ha rivelato un accordo di proporzioni monstre anche per i parametri della Silicon Valley o dei giganti dell’auto che ha portato il fondo sovrano dell’Arabia Saudita ad investire $3,5 miliardi in Uber, la società di tecnologia ormai più grande e più valutata ($62,5 miliardi) tra quelle non quotate. L’investimento non solo è un importo che intimorisce ma, come ricordava Michael J. de le Merced sul New York Times, è superiore al flusso di denaro che entrò nelle casse di Google quando quest’ultima entrò in borsa nel 2004. Uber ha attualmente una presenza in 460 città e 69 paesi, e prevede di investire nel solo Medio Oriente $250 milioni nei nove paesi in cui è presente ed in altri in cui mira ad entrare. Per il fondo sovrano saudita, che ora avrà un proprio membro nel consiglio di amministrazione di Uber, si tratta dell’inizio della diversificazione dalle risorse energetiche, finora il principale filone per il paese del Golfo.

L’accordo tra Uber e Arabia Saudita alza ancora il ritmo di investimenti che ormai sono in costante crescita attorno all’intreccio tra auto, tecnologia e mobilità. Anche se di recente abbiamo visto un interminabile numero di matrimoni, il fondo saudita porta ad un livello superiore la fame degli investitori per entrare nel nuovo attraente business del 21° secolo. Che tale sia considerato lo conferma che non basta a scoraggiare l’investitore il caso di società che stiano perdendo soldi (Uber ha perso nell’ultimo trimestre noto, il terzo del 2015, $697 milioni su $498 milioni di fatturato, e questo per una società che non ha una fabbrica al mondo) e che, se anche dovessero avere successo a lungo termine, poi si trasformerebbero monopoli di fatto, attirandosi subito le ire di Bruxelles, visto che la Commissione Europea è molto più rapida a mettere sotto il microscopio le malefatte delle società non-europee rispetto a quelle continentali.

Anni dominati dalla paura che la stagnazione secolare tratteggiata da Alvin Hansen e riproposta da Larry Summers diventasse una realtà, con predominio del capitale congelato rispetto agli investimenti, hanno fatto sì che si arrivasse agli estremi di una General Motors che parcheggiava in cash la metà del suo valore ed Apple un terzo del suo, come ricordava Adam Davidson in questo post appena sei mesi fa. Le critiche anche feroci all’accumulo di profitti inutilizzati nelle casse delle più grandi corporation, non sembrano però quello che sta facendo prendere adesso un’altra direzione. Più probabile che sia perché i tassi di interesse da anni storicamente bassi rendono conveniente investire, e un po’ perché cresce la fiducia che sia alla porte una nuova fase di crescita dell’economia nei settori avanzati e innovativi con grandi fette di nuovi mercati da conquistare. Secondo una recente ricerca del Parlamento Europeo, il valore della sharing economy nella sola piccola Europa raggiungerebbe i $572 miliardi.

Le prospettive cambiate rispetto al recentissimo passato sono un fattore dirompente. Finito il picco della crisi post-Lehman Brothers, gli investimenti sono stati bassi malgrado i profitti tornati alti. Al riguardo l’economista Mohamed El-Erian aveva pubblicato nel 2014 questo interessante articolo su Project-Syndacate in cui suggeriva che alle grandi aziende società non manca certo il modo di capire il vantaggio comparativo dell’innovazione. Piuttosto, a cambiare è stata la natura del settore tecnologico: all’insegna del ‘winner-take-all‘. Invece che finanziare ed aspettare, le società hanno puntato a trovare e comprare la “killer app”, come ha fatto Facebook acquisendo WhatsApp per $19 miliardi.

Ma questo ha fatto scendere la spinta a spendere nella normale innovazione, nella ricerca e sviluppo, difficilmente destinati ad essere una miniera di profitti nel breve periodo. C’è stato inoltre un periodo in cui Apple poteva fare più profitti di IBM o Microsoft pur spendendo molto meno di loro in ricerca e sviluppo sia in termini assoluti che in proporzione ai ricavi, ma innovando su aspetti di immagine, design, marketing. Con la crescita sempre più rapida dell’internet delle cose e della mobilità del 21° secolo la fase in cui si potevano lanciare piccolissime start-up con pochi fondi per ritrovarsele “unicorni” del valore di miliardi sembra più un momento passato da studiare alla Harvard Business School che un modello replicabile.

Nessuno sa se ci sarà una ‘killer app’ nell’elettrico, nella guida autonoma, nelle reti stradali. E infatti, da qualche trimestre le Apple e le Google stanno progressivamente aumentando la quota dei loro investimenti. La spinta di Google per arrivare per prima ad un’auto autonoma commercializzabile è a tutti ben nota. Gli analisti della banca Morgan Stanley Katy Huberty ed Adam Jonas hanno invece di recente fatto le pulci ai bilanci di Apple per trovare qualcosa di totalmente differente rispetto al passato dal punto di vista degli investimenti.

La casa di Cupertino sta spendendo ora in ricerca e sviluppo più di quanto facesse per lanciare l’iPhone. Dove lo spende? Nell’automobile. E lo fa spendendo più cash (sì quel contante che fino ad un paio di anni veniva tenuto in cassa o usato eventualmente per buy-back di azioni proprie) delle prime 14 aziende dell’auto messe insieme. Julie Verhage di Bloomberg ha riassunto così in questo post il trend di investimenti: “Mentre Apple ha speso $5 miliardi in ricerca e sviluppo aggiuntiva tra 2013 e 2015, i maggior player del settore intenzionati a passare dal mondo del fossile all’elettrico hanno speso solo $192 milioni“. L’Apple post-iPhone sta investendo dieci volte quello che spende Tesla Motors in innovazione: lo scorso anno per l’auto ha speso più in ricerca e sviluppo che per i propri iPhone, iPad, iWatch eccetera messi insieme.

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Nel 2015 Apple in ricerca e sviluppo sull’auto ha speso più che in quella per i propri iPhone, iPad, iWatch messi insieme. (Photo source: GM media website).

La cosa è rassicurante per le prospettive future della tecnologia, per quelle dell’automobile e per quelle dell’economia in generale. La ripresa degli investimenti equivale a crescita dei finanziamenti. Che passino come in Europa dal canale bancario o come in America dai mercati obbligazionari, si tratta comunque di più richiesta di denaro e di una scossa anti-deflazionaria, quanto mai gradita per quelle aree come Europa e soprattutto Giappone che con la deflazione hanno pericolosi flirt.

In aggiunta, che grandi gruppi dell’IT investano più che in passato è un bene perché i gruppi automobilistici, contrariamente a quanto può credere il grande pubblico, spendevano in ricerca e sviluppo più delle aziende dell’informatica. Negli ultimi dodici mesi il gruppo Volkswagen aveva speso ben $15,1 miliardi sui $71 complessivamente messi sulla bilancia dal settore auto. Ma, come ricordava qui Bloomberg, dallo scorso anno per il moltiplicarsi di scandali, dalle emissioni alla sicurezza, un po’ tutti hanno dovuto tagliare e quindi che il testimone della spesa in ricerca e sviluppo sia stato raccolto dalle società dell’alta tecnologia e malgrado questo stia aumentando è solo un fattore positivo.

Forse Mario Draghi ed il suo collega giapponese Haruhiko Kuroda a medio termine potranno stare tranquilli per le prospettive degli investimenti che traducano in economia reale le loro politiche economiche: non solo investimenti a nove cifre in dollari continueremo a vederne da parte dei colossi dell’alta tecnologia, ma quella della case automobilistiche sembra una pausa più che una marcia indietro. Il quotidiano economico tedesco Handelsblatt scriveva questa settimana di una Volkswagen intenzionata ad aprire una fabbrica di batterie da $10 miliardi.

Ma queste sono per il momento ancora voci: chi, come ad esempio Toyota, pare aver già scavalcato una fase difficile, si è già aperta ad investimenti da un miliardo di dollari in cinque anni come quello per aprire il Toyota Research Institute e non contenta tiene d’occhio possibili bocconi come la Boston Dynamics specializzata in robotica che Google vuole vendere. E se l’affare andrà in porta l’asticella degli investimenti si alzerà ancora.