C’è un orso ad aspettare la prima Tesla Model 3 finita a Fremont

Wall Street accoglie male l’arrivo della prima “piccola” Tesla ultimata, ed Elon Musk ha altro da festeggiare

Oggi ci aspettavamo di vedere un’immagine, magari un Tweet, di Elon Musk sorridente accanto alla prima Model 3 appena ultimata, quasi a suggellare un periodo straordinario per l’imprenditore di origine sudafricana. A fine giugno il corso delle azioni Tesla aveva raggiunto il massimo storico.

Ma ora siamo a luglio e, proprio mentre nello stabilimento di Fremont stavano completando la prima Model 3, la vettura su cui la casa americana si gioca il futuro, Wall Street strapazzava Tesla. Giovedì le azioni erano arrivate a perdere il 20% rispetto ai massimi, anche se oggi sono risalite dell’1,42%.

La percentuale del 20% è significativa perché si tratta di una soglia per chi di mestiere fa il trader. Ovvero: in questa cifra si cela l’inizio di un mercato bearish, dominato dall’orso, che qui non rappresenta lo stemma della California (di cui Tesla è comunque ormai un simbolo) ma significa vendite.

Così almeno in questi giorni la capitalizzazione è tornata dietro a quelle dei colossi storici dell’auto, una discesa che era iniziata lunedì, dopo la rivelazione che le consegne di Model S e X del secondo trimestre 2017 sono rientrate solo nel margine inferiore della forchetta di previsione, principalmente a causa delle (scarse) consegne delle batterie da 100 kWh che spingono le auto di fascia alta della casa di Palo Alto.

Sono state così 22.000 le Tesla costruite nel primo trimestre, rispetto alle 25.000 del primo. Che quella attuale a Wall Street sia una atmosfera poco amichevole per Tesla, e capovolta rispetto al recente passato, lo suggerisce anche il fatto che non si è per nulla pesato il miglioramento in produzione e vendite rispetto all’anno prima malgrado una fase del mercato americano dell’auto in cui le vendite calano del 3%.

Mercoledì le azioni della società di Musk erano scese del 7%, a seguito di un altro abbassamento del prezzo-target degli analisti di Goldman Sachs, da $190 a $180 (il valore di inizio dicembre 2016): una cifra che è comunque circa del 50% inferiore alla quotazione attuale. Poi a peggiorare ancora le cose giovedì un ulteriore calo aveva seguito la notizia che, malgrado gli sforzi, la casa non è riuscita ad ottenere la certificazione di massima sicurezza per la sua Model S.

Quello del punto interrogativo sui modelli di fascia alta sembra essere una delle considerazioni più stringenti ma non la sola: finora Tesla era riuscita a tratti, con la Model S specialmente, a mettere all’angolo i tedeschi dei piani nobili battendoli in vendite perfino in Germania.

Ma quando sono arrivate le nuove Mercedes Classe S e compagnia le Tesla hanno cominciato ad arretrare: insomma, proprio mentre molti si chiedono su scala globale se le vendite auto nei maggiori mercati come Cina ed USA abbiano raggiunto il loro culmine, la stessa domanda ce la si fa per i modelli che finora hanno tenuto alto il vessillo della casa californiana.

La risposta doveva arrivare con la produzione della nuova auto di fascia media (a partire da $35.000). A parte quella che dovrebbe essere terminata oggi (le prime consegne sono previste per il 28 luglio) ad agosto Musk ha detto che ne saranno ultimate 100, 1.500 a settembre, 20.000 a dicembre, per confermare la previsione di 5.000 fatte a settimana nel 2017.

Solo che la Model 3 potrebbe avere un problema di tempismo rispetto alle preferenze dei mercati. Il cliente globale, ormai Cina inclusa, va verso SUV e i crossover.  Tesla proprio quando arriva in un mercato di maggiori volumi, esordisce con un segmento “sbagliato”, secondo i timori.

Non solo, ma al contrario della Model S, che brillava anche per essere la sola elettrica accanto alle tedesche e giapponesi convenzionali, entra in una fascia di prezzo in cui ci sono già altre elettriche: la Nissan Leaf, ad esempio. O la Renault Zoe.

Senza contare che adesso tutti si sono svegliati sulle auto a batteria: l’esempio più clamoroso è stata Volvo, che ha appena annunciato che dal 2019 non produrrà alcuna auto che non abbia un motore elettrico, grande o piccolo, nel cofano. Oggi Herbert Diess, numero uno di Volkswagen, ha rincarato la dose dichiarando che tutto quello che fa Tesla lo farà la casa di Wolfsburg, ma meglio grazie alla sua massa critica.

Insomma tutti dicono di avere nel mirino Tesla e non c’è da meravigliarsi se chi aveva comprato azioni, magari a prezzi 2016, preferisca portare a casa il risultato. Ma sottovalutare Musk sarebbe un errore: può non avere twittato la prima foto con la sua Model 3 che esce dalla linea di Fremont, ma non era di certo con le mani in mano. Oggi se ne stava nel sud dell’Australia, dove Tesla ha il compito di realizzare il più grande impianto di stoccaggio di energia, così grande da poter dare corrente a 30.000 abitazioni.

E comunque sembra che, con 373,000 prenotazioni per la Model 3, l’ultimo dei problemi sia vendere: ci sono voci anzi che i punti vendita americani siano in via di ridimensionamento. Al contrario cresceranno i punti di assistenza, una scelta indispensabile per essere al passo con la massa di vetture elettriche che si riverseranno nelle strade dal 2018 (anche nel caso dei clienti italiani). Gli americani si preparano anche da noi, aprendo il primo centro assistenza a Milano, in zona Linate, cui seguirà presto un secondo a Padova.


Credito foto di apertura: press kit Tesla