A Walter de Silva piacerebbe disegnare i tostapane?

Svelato ieri il concept Sedric che prefigura la futura dinastia di veicoli Volkswagen completamente autonomi

Ieri sera, vigilia del salone di Ginevra, abbiamo potuto vedere per la prima volta un concept Volkswagen. Il primo concept del gruppo Volkswagen, non della marca. E ad avere questo onore è stato il Sedric, nientemeno che un veicolo elettrico e completamente autonomo (il nome viene da SELF-DRIving Car). Un punto di riferimento per il futuro di ogni marchio e non solo per Moia, il nuovo marchio di Wolfsburg che ha appena cominciato a occuparsi di mobilità condivisa ed autonoma.

La piena autonomia del Sedric vuol dire che è privo non solo di guidatore ma di pedali, plancia, volante. Arriverà, è stato sottolineato, al tocco di un pulsante. Ah, come un ascensore, viene da pensare. E c’è già stato chi ha paragonato la imminente rivoluzione della piena guida autonoma ad una futura invasione di ascensori orizzontali, che ci trasporteranno per le strade cittadine come un ascensore verticale ci porta oggi ai piani alti, risparmiandoci le scale.

Ma in un ascensore convenzionale, è chiaro, stiamo pochi secondi. Nel nuovo ascensore orizzontale almeno qualche minuto (i più fortunati). È forse per questo che indicando i luminosi interni il numero uno del gruppo di Wolfsburg Matthias Mueller li ha paragonati ad una lounge con le ruote. E fin lì il Sedric ha la nostra approvazione. Già con il concept I.D., e ancora più con la Gira, in questo ambito a Wolfsburg ed al nuovo centro di Potsdam hanno dimostrato di saper guardare avanti, seguendo strade interessanti.

I dolori cominciano con le forme esterne. Ammettiamolo: i futuri ascensori orizzontali con le ruote, gli shuttle per servizi pubblici o privati, assomigliano, appunto, a delle cabine di ascensore con le ruote. Guardate le foto del Navya Arma, dello shuttle EasyMile disegnato da Ligier. Cabine di ascensore. O cabine di funivie alpine, visto che sono colorati vivacemente.

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Il Sedric rispetto a loro ha l’aria di una cabina di sciovia di ascensore certo più futuristica. Ma non è poi indistinguibile dal bus elettrico Tecnobus che da anni circola in centri storici come quello di Firenze. theverge.com, che ha una seguita sezione auto come molti siti di tecnologia, è stato anche più sarcastico, ha scritto qui che sembra un tostapane che ti guarda incavolato.

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A Wolfsburg e Potsdam sembra i designer non siano riusciti a staccarsi dalla maledizione che colpisce loro e l’altro marchio (Toyota) leader globale: non scrollarsi di dosso la nomea di costruttori di auto sempre uguali. I tedeschi ancora più dei giapponesi: “ancora una Golf?” Sì ancora, e fino ad oggi la cosa ha funzionato. Anche quando il prodotto è quanto di più lontano dalla classica Golf le catene dell’ovvio si fanno sentire.

Forse per questo, per una latente insicurezza, la grande differenza visiva del Sedric rispetto agli shuttle elettrici meno blasonati è… nelle ruote. Le misure dei cerchi, a volte esageratamente grandi, sembrano essere la coperta di Linus odierna con cui i progettisti al momento di andare nello stand di un salone cercano una rassicurazione. Magari un po’ tardiva. Metti i cerchi più grandi che si vende. Progettisti e concessionari sulla stessa lunghezza d’onda.

Certo, il Sedric grazie alla tecnologia sviluppata insieme alle varie Mobileye, Here & C. è un prodotto che punta ad esprimere una realtà che finora immaginiamo più che conoscere: il Livello 5 SAE, la completa autonomia. Il Navya Arma o lo shuttle di EasyMile sono solo al Livello 4, che significa operatività limitata a zone specifiche. Che possono essere ristrette come parchi industriali o aeroporti o più estese, come percorsi autostradali. Il Livello 5 sarà, quando effettivamente raggiunto (il Sedric è un concept, non scordiamolo) un vero salto di qualità.

Così, alla resa dei conti, la forma del Sedric sembra indicare un contenuto, quello di un impiego per la mobilità come servizio, per la mobilità condivisa e non, quale lo immaginiamo oggi, non come effettivamente sarà, e in questo una dose di pazienza coi progettisti è doverosa. Ma a Ginevra la presentazione del Sedric sembra aver dimenticato (a dispetto delle dichiarazioni di principio) che dentro la mobilità come servizio c’è anche una esperienza.

Una esperienza che non deve essere per forza appiattita. La mobilità è definita in termini riduzionistici se la identifichiamo con lo spostarsi dal punto A al punto B. Per chi ha più di 30 anni un viaggio, specie a lunga distanza, non era il tragitto. Era molto più del tragitto. Chi era stato, ad esempio, a New York non mancava di raccontare di esserci andato con un 747 oppure un DC10. Magari qualcuno sul Concorde. Molti ci facevano caso anche sulle tratte più brevi.

L’era di Ryanair ha cancellato, per la massa dei viaggiatori, una parte dell’esperienza del viaggio: quella del significato del mezzo di trasporto. Si vola con Ryanair, non su un indistinguibile Boeing 737. Poco o niente cambia se il volo è Easyjet. Rassegnarsi alla logica degli shuttle tutti uguali per i designer di Wolfsburg e Potsdam può essere comodo.

Magari anche beneaugurante: la posizione di Boeing con Ryanair in termini di vendite non è forse un vantaggio?. E Boeing, non scordiamolo, è uno dei pochissimi marchi dell’aeronautica sopravvissuto a decenni di continui consolidamenti. Ma la mobilità come servizio deve per forza essere destinata ad usare prodotti anonimi?

Un aereo, uno shuttle o robo-taxi, ma perfino un tostapane qualsiasi, può ancora essere bello? Forse a Potsdam e a Wolfsburg, troppo assorbiti dalla realtà virtuale, dovrebbero cominciare a guardare più da vicino non altri shuttle concorrenti, ma altri oggetti quotidiani. E gli oggetti non necessariamente devono essere costosi. Le lampade da tavolo o da soffitto, ad esempio, possono essere belle e costose quando sono disegnate da Michele De Lucchi o da un’altra firma prestigiosa. Ma si riesce a trovarne qualcuna bella anche nel catalogo IKEA.

Certo, occorre una visione. E magari anche prendere ispirazione dai vecchi maestri. A ben guardare chi ha messo al mondo gli oggetti più belli è in grado di riuscirci quale che sia il settore, e anche per le future auto senza pedali, senza volante, senza guidatore abbiamo ancora speranza. Ora, per citare un nome, il poliedrico Walter de Silva è alle prese con scarpe da donna. Chissà se gli piacerebbe disegnare un tostapane?


Credito foto di apertura: Volkswagen Media Service