Il migliore amico dei ciclisti? E’ Google

In Toscana si usa dire che ‘Arlecchino si confessava burlando’. Gli ingegneri di Google da parte loro nel più recente report sullo sviluppo della self-driving car confessano di essere assidui ed appassionati utilizzatori delle due ruote, e quindi di aver preso molto sul serio la questione della sicurezza della circolazione quando di mezzo ci sono ciclisti (ovvero, potenzialmente, loro stessi). Negli Stati Uniti le cifre dell’ultimo anno disponibile (2014) indicano in 50.000 gli infortuni che hanno coinvolto chi era in sella sulle strade americane, e 720 i decessi.

Proprio i ciclisti, per l’agilità dei loro mezzi abbinati alla velocità in certi casi simile o superiore a quella delle automobili, sono un fattore in grado di dare il mal di testa ai progettisti delle auto autonome. L’approccio della casa americana è stato quindi di imporre al software molta ‘prudenza’ quando ne identifica uno. Ed il report fa esempi concreti: in un contesto in cui sono simultaneamente presenti un’auto parcheggiata con la porta aperta sul lato strada e un ciclista, le auto-robot sono programmate per rallentare e dare strada al ciclista, che come sappiamo tutti per esperienza in un caso del genere avrebbe la tendenza a scartare per evitare la porta e andare verso il centro della carreggiata.

I tecnici di Google hanno insomma ‘insegnato’ al software i comportamenti abituali dei ciclisti per predirne con ragionevole approssimazione le probabili mosse. Aggiungendo alle ‘lezioni’ anche indicazioni sui segnali manuali che spesso chi fa in bicicletta impiega per rendere più palesi le proprie intenzioni, come quando si tratta di svoltare. Grazie ai sensori a 360°, incluso il LiDAR, che non sono messi in difficoltà da luce accecante o dal buio, le auto di Google hanno fatto miglia e miglia evitando anche problemi in presenza di comportamenti insolitamente delicati ed illegali, come gestire ciclisti contromano.


Credito foto di apertura: Cannondale/Instagram