Mini del futuro: maxi nella connettività

Il gruppo BMW ha messo oggi in mostra alla Roundhouse di Londra due concept car di marchi agli estremi come Rolls Royce e Mini accanto a quello (già presentato a marzo) di BMW, per consentirci di gettare un’occhiata come il futuro della mobilità prenderà forma in due delle tre piattaforme che fanno capo all’azienda bavarese. Quella della Rolls Royce si può sintetizzare in una vettura spigolosa ed imponente, col proprietario che non guida, che è circondato dal lusso ed ha un maggiordomo. Se si eccettua il dettaglio che nel nostro secolo il maggiordomo è virtuale, non è cambiato nulla e quindi possiamo ben dire che la visione più radicalmente nuova è quella svelata con la Mini Vision Next 100, tutta all’insegna di guida autonoma, digitalizzazione e personalizzazione.

Secondo le intenzioni del brand inglese l’idea chiave è l’uso responsabile delle risorse per la mobilità personale, e quindi Mini si prepara ad un futuro in cui la proprietà del veicolo sia opzionale e la gamma potrebbe essere dominata da versioni a guida autonoma. La personalizzazione sembra destinata a guardare sempre di più alle preferenze estetiche, allo stile di vita dell’utilizzatore, un obiettivo apparentemente complesso ma che, al contrario, è reso sempre più facile dalla connessione costante dei consumatori del ventunesimo secolo, che potranno guardare ad ogni Mini come alla propria Mini, perché ciascuna sarà su misura, al momento giusto: quello di aprire lo sportello e salire.

Guardando alla Mini Vision Next 100 si potrebbe superficialmente pensare che tutto si risolva in un futuro del car sharing in cui l’impianto stereo di bordo si riposizionerà tra un cliente e l’altro spostandosi da scelte di musica classica a… quello che ascolteranno un giorno gli adolescenti al posto della musica contemporanea. In realtà, è molto più probabile che la personalizzazione sia radicale, e la connettività metta a disposizione anche opzioni che non hanno niente di glamour e molto di marketing, come è sempre più facile per la grande massa di dati che ogni cittadino mette a disposizione dei giganti del retail.