Perché i giovani guideranno di meno?

Perché fra non molto lo faranno le automobili per loro, potrebbero magari rispondere quelli che amano di più la tecnologia e l’innovazione. Chi scrive per diversi motivi è convinto del futuro successo delle auto ad elevata autonomia (cioè che non hanno bisogno di conducente): non toccheremo però l’argomento in questo post.

La risposta è invece che la Grande Recessione, tra i vari scossoni assestati all’economia come alla vita di tutti i giorni, in questo campo sta preparando mutamenti di costume e di abitudini con effetti a lungo termine. Con conseguenze che la crisi sta appena incominciando a farci intravedere. E’ infatti un truismo dire che se la crisi porta a vendere meno auto, sia nuove che usate, meno giovani guideranno. Ma il problema non è solo la crisi del mercato dell’auto, ormai una realtà continentale che non risparmia più nessuno, come proprio oggi scrive il quotidiano svizzero La Tribune.

Nei paesi asiatici le auto si vendono, eccome. Nei paesi occidentali invece il mercato è cambiato e potrebbe non tornare alla propria struttura precedente nemmeno laddove si sta affacciando una timida ripresa, come negli Stati Uniti. Pochi giorni fa nel suo blog ospitato dal Washington Post Brad Plumer titolava in modo ancora più drastico del nostro: “Perché i giovani Americani non guidano più?”, spinto all’approccio pessimistico dalla constatazione che i suoi connazionali continuano a dare un taglio alle miglia guidate anche se l’economia ha ripreso a crescere. E riporta questa tabella:

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Miglia stimate per veicolo percorse su tutte le strade corrette per incremento della popolazione (Doug Short).

Se guardate i cali importanti in questo grafico che riassume le miglia totali percorse, noterete che si riferiscono alla crisi petrolifera successiva alla guerra del Kippur nel 1973 ed a quella degli anni della presidenza Carter. Il calo successivo al crac Lehman, calo ancora in atto, è impressionante anche mettendo in conto il numero maggiore di auto in circolazione rispetto al 1973 ed al 1980. La spiegazione principale è questa:

“… i giovani americani guidano meno, molto meno. Tra il  2001 ed il 2009, il numero medio di miglia percorse in un  anno dal gruppo compreso tra 16 e 34 anni è crollato di un impressionante 23%.
Il Frontier Group ha messo insieme il quadro più ampio fin qui disponibile sul perché i giovani americani stiano facendo a meno della guida. L’uso pro capite del trasporto pubblico è cresciuto del 40% in questo gruppo di età dal 2001. L’uso della bicicletta è salito del 24% globalmente in quel periodo”.

Il calo precipitoso della distanza percorsa dai giovani è un fenomeno che nel report del Frontier Group evidenzia come sia in atto anche per chi appartiene a fasce abbienti. I giovani con alto reddito molto spesso oggigiorno, negli Stati Uniti, lavorano in aree ad alta densità urbana come New York, Boston o Washington. E dove il trasporto pubblico non è più uno stigma da evitare.

Ma non è solo questione di moda o status: pochi giorni prima un altro studio sottolineava come quegli stessi giovani americani di successo abbiano da far conto con un reddito disponibile su cui incombono quasi senza eccezioni le rate esorbitanti dei mutui scolastici. In questi casi gli esseri umani quasi invariabilmente finiscono per cedere a quello che gli economisti comportamentali chiamano lo status quo bias, il pregiudizio favorevole alla conservazione della situazione attuale. Se si rinuncia all’auto costosa perché ci sono delle buone alternative per spostarsi, col passare del tempo si tenderà a vedere l’automobile come qualcosa che si noleggia in aeroporto, non che si parcheggia nel proprio garage.

In Italia, dove le cifre della disoccupazione giovanile sono note a tutti (le ultime, relative a febbraio: 37,8%), il mercato dell’auto sembra destinato a fare i conti con un quadro analogo. Pur con importanti differenze per quanto riguarda il reddito disponibile di qua e di là dell’Atlantico, il discretionary income (il reddito residuo che si è in grado di spendere perché non falcidiato da spese fisse incomprimibili) tende ad assomigliarsi. I giovani dei paesi mediterranei che il lavoro ce l’hanno magari non sono oberati dai mutui scolastici, ma il loro reddito residuo è limitato dal costo dell’abitare più alti che in Nord America e/o da una offerta che molto più spesso è precaria o traballante. In altre parole, il reddito che il mercato del lavoro attuale e del futuro a breve termine tenderà ad offrire ai giovani occidentali e gli oneri importanti che il possesso dell’automobile comporta non lasciano prevedere rose e fiori per questa fascia di clientela dell’auto.

Abbiamo scritto di possesso dell’automobile, che è cosa diversa dall’uso. Sull’uso avremmo un approccio considerevolmente più ottimistico, ed in questo caso non ci riferiamo al futuribile ma all’oggi. Ma alcuni segnali non portano acqua al mulino di questa opinione. Almeno a leggere quello che lo scorso 11 aprile scriveva Mario Rossi sul sito di Quattroruote, di fronte al crollo del rilascio delle patenti auto, premessa a qualsiasi uso individuale dell’auto:

Spulciando le statistiche degli ultimi 20 anni sulle patenti del ministero delle infrastrutture e dei trasporti, colpiscono i grafici storici sugli esami. Nell’anno appena, si fa per dire, trascorso, le prove d’esame (teoria + guida) sono diminuite dell’8,8% a 1.645.979. Si tratta della seconda caduta consecutiva, un “evento” che si era verificato solo un’altra volta, nel biennio 2005-2006. Stavolta, però il numero di esami ha fatto segnare un nuovo minimo storico dopo quello del 2011, quando si registrò un crollo del 19,3% rispetto all’anno precedente. E rispetto al massimo del 1992, il numero di esami sostenuti in Italia è crollato di oltre un terzo (-35,6%).

Il resto del post di Rossi lo potete leggere qui.