Il viaggio Intel sui veicoli autonomi ha bisogno di passeggeri

Sulle strade dell’Arizona sviscerate le reazioni di chi era al primo contatto con le auto a guida autonoma

Mentre gli ultimi sondaggi di ampie dimensioni mettono in questione la fiducia (almeno quella degli americani) verso le auto a guida autonoma, c’è chi, come il colosso Intel, si è attivato per analizzare più da vicino le reazioni di singoli passeggeri, una decina in tutto, al primo approccio con un’auto che guida sotto il controllo di sistemi sintetici invece che umani, con esiti incoraggianti.

Un’iniziativa che segue di poco quella della grande compagnia assicurativa americana AAA, che ha cercato di capire con uno studio di quanta fiducia possano godere le auto senza pilota (o col pilota seduto al volante come alternativa per le emergenze), scoprendo che una percentuale del 75% ancora intimoriti da questi veicoli.

Anche la società di consulenza Gartner, particolarmente attiva proprio nel settore dell’automotive, ha da poco effettuato un altro sondaggio, al quale il 55% ha risposto che intende prendere in considerazione un viaggio a bordo di un mezzo pienamente autonomo (Livello 4 e 5 SAE).

Ad intimorirli sono principalmente, come ha confermato anche lo studio Intel, il tema della sicurezza del veicolo e quello del controllo del veicolo. Seduti sui sedili posteriori di auto (BMW, Lincoln, Prius) in azione sulle strade  di Chandler, Arizona, i passeggeri hanno messo in rilievo il tema del controllo in molti degli aspetti che riguardano l’interazione coi veicoli autonomi.

L’interazione deve riguardare non solo la voce, ma anche i gesti, un nuovo terreno per chi studia i sistemi. Se i passeggeri sono rapidamente infastiditi da troppa informazione (sistema che comunica continuamente dati di navigazione, ad esempio), situazioni semplici come indicare il punto di destinazione all’arrivo in un centro commerciale diventano complesse.

Ad un taxista si può indicare con il dito lasciami , ad un sensore no. Quello dei gesti e degli atteggiamenti è un campo che gli specialisti dell’autonomia dovranno gestire in modo appropriato non solo all’interno dei veicoli ma anche all’esterno: l’interazione nel traffico tra automobilisti e pedoni e ciclisti, ad esempio, è più frequente ed importante di quella tra automobilisti.

Per chi è seduto in auto potrà certamente aiutare il diffondersi degli assistenti personali, il cui lavoro è capire le intenzioni: la versione per la mobilità delle Alexa, e dei Google Home che cominciano ad entrare in alcune abitazioni.

I partecipanti all’iniziativa di Intel sembrano concordare col fatto che un’esperienza priva di emozioni, ai limiti della noia, e la sensazione di sicurezza nel viaggio siano due facce della stessa medaglia nel rapporto con il veicoli autonomo.

Nei rapporti con i veicoli autonomi cambiano anche i gesti che si traducono in esercizio del controllo. Vedere il volante che gira da solo può essere inquietante per molti baby boomers, ma per un’altra generazione per la quale lo smartphone è più importante della leva del cambio, mettere in moto oppure aprire le portiere con un clic è un segnale rassicurante che il volante (finché ci sarà) che gira da solo non riesce a mettere in crisi.

Se i partecipanti allo studio Intel hanno riportato complessivamente una esperienza positiva, lasciando credere che la fiducia verso i livelli avanzati dell’autonomia si possa positivamente costruire, resta il fatto che per ora la maggioranza sarà più ben disposta verso i sistemi avanzati di assistenza ai guidatori in carne ed ossa che verso le robo-car.

I cosiddetti supporti ADAS del resto ottengono continuamente conferme della capacità di supplire ai difetti dei guidatori ad ogni latitudine. E’ ancora fresco di stampa uno studio dell’americano Insurance Institute for Highway Safety, che ha concluso che i soli sistemi di avvertimento di cambio di corsia e di sorveglianza dell’angolo morto, avrebbero ridotto gli incidenti con infortuni del  21% e le collisioni nel complesso dell’11%. Se montati su tutti i veicoli in circolazione nel 2015 ci sarebbero stati 85.000 incidenti in meno.

Un potenziale di miglioramento dell’auto e della guida convenzionale che ha molti a fatto venire voglia di chiedere a chi come Intel ed altri lavorano nella guida autonoma se l’auto che si guida da sola ci sia chi la voglia davvero, e se ne abbia bisogno.

Secondo Mike Demler, quello cui staremmo assistendo è una spinta verso un traguardo di piena autonomia in cui ora a tracciare la rotta sono ingegneri e programmatori, che per definizione hanno un pregiudizio favorevole verso le tecnologie a cui lavorano e che vogliono vedere sviluppate e diffuse.

La critica dell’analista del Linley Group sembra però smentita da quanto vediamo spesso succedere nel mondo dell’industria: ovvero che sono le scalette fissate dagli amministratori delegati e le promesse fatte dagli uffici marketing a condurre il gioco, piuttosto che i risultati degli ingegneri.

L’ultima conferma che così vadano le cose è nell’articolo da poco uscito sul Wall Street Journal. Un pezzo che ha ricostruito come l’Autopilot di Tesla nelle sue varie versioni sia arrivato nelle automobili anche quando progettisti e fornitori sembravano convinti della necessità di ulteriore sviluppo. I conflitti che ne scaturivano, paiono aver avuto una parte importante nel consistente turnover di progettisti e sviluppatori che la casa di Palo Alto.

Lo studio Intel, cercando di sviluppare la fiducia verso la guida autonoma, è utile forse soprattutto nel puntare a mettere a fuoco le esigenze del pubblico. Se le si identifica correttamente ed il prodotto che il settore della mobilità sarà in grado di offrire sarà una risposta credibile, la fiducia sorgerà spontaneamente.


Credito foto di apertura: ufficio stampa Intel Corp.