Prezzi delle materie prime: picco o “new normal”?

Il calo dei costi delle batterie potrebbe andare incontro a un brusco arresto se materie prime essenziali come litio, nichel, cobalto continuassero a crescere come da inizio anno: sono poche le certezze a breve termine

Chi è del mestiere aveva probabilmente cominciato a muoversi nella seconda metà del 2020. Un esempio clamoroso è la dichiarazione di Lloyd Blanfein, l’ex-boss di Goldman Sachs, che proprio in una conferenza di CME (il grande gruppo specializzato nei derivati sui metalli) aveva indicato candidamente di ritenere buone le prospettive delle materie prime.

Segnali che arrivano dai mercati delle materie prime indicano un possibile aumento del componente più costoso di un veicolo elettrico (tra il 20 e il 40% del totale): la batteria, un possibile fattore di rallentamento della quota di adozione delle auto a zero emissioni locali finora spinto dal sostegno parallelo di incentivi generosi e di tagli costanti ai prezzi delle batterie.

Una nota alla clientela proprio della banca d’affari Goldman Sachs vista e resa pubblica dalla TV finanziaria americana CNBC scriveva di recente che “i prezzi delle tre principali risorse naturali stanno salendo dall’inizio del 2021. Crediamo che per promuovere i settori dei veicoli elettrici sostenibili alcuni paesi possano considerare l’implementazione di politiche che ne accrescano le riserve nazionali”.

Con la domanda crescente per veicoli elettrici i prezzi di litio, cobalto e nichel in particolare sono destinati ad aumentare, e in particolare nel caso del nichel (che già in passato ha scatenato i timori di Elon Musk) gli esperti della banca ritengano possa salire fino al 60%.

Se così fosse, la previsione è per un aumento fino al 18% delle batterie e, a cascata, dei modelli elettrici: se il 18% può non apparire tanto in assoluto lo è per un mercato nascente e dove non c’è ancora la raggiunta parità tra modelli elettrici e convenzionali (malgrado la continua diminuzione vista nei costi delle celle agli ioni di litio dai loro esordi).

Che siamo o meno di fronte a un picco, quello che è assodato da inizio anno è il gran movimento attorno ad alcune materie prime. Secondo le rilevazioni della società di consulenza Benchmark Mineral Intelligence, il cobalto è ai massimi dal terzo trimestre 2018, con l’idrossido di cobalto salito del 65,5% e il solfato del 56%, con una particolare spinta proveniente dalla Cina.

Interessante anche quello che succede al litio: sempre secondo BMI la domanda a fine 2020 era salita al 59,7% come provenienza dal settore delle batterie, mentre nel 2015 lo stesso settore occupava una quota del 34,4% della domanda totale. Qualche addetto ai lavori come il CEO di Piedmont Lithium Keith Phillips a febbraio aveva affermato addirittura di pensare a colli di bottiglia verso il 2025. Ma i timori vanno verificati: Phillips in particolare dalla sua Australia tende a vedere un picco di domanda per l’idrossido di litio.

Un aspetto interessante della crescente domanda di litio riguarda le due differenti forniture: idrossido e carbonato. Nel recente passato e fino al dicembre 2020 l’idrossido di litio era sempre stato leggermente più costoso del carbonato.

Il grafico indica in rosso i prezzi dell’idrossido di litio e in viola quelli del carbonato: negli ultimi due anni erano stati leggermente superiori i primi, come effetto della ricerca dei produttori di batterie di produrre una quota maggiore di celle con più elevata densità di energia, ad esempio con chimica dei catodi NCA o NCM (credito immagine: Benchmark Mineral Intelligence)

Quest’anno per la prima volta in Cina c’è stato un aumento del 68% della domanda di carbonato battery grade (la qualità della massima purezza necessaria per le celle delle batterie) e questo ha determinato che per la prima volta dalla primavera 2018 l’idrossido di litio in Cina costi lievemente meno del carbonato.

La manifattura di celle con maggiore densità di energia, ad esempio quelle con chimica del catodo NMC o NCA di solito privilegia l’idrossido di litio, mentre nelle celle LFP a base ferro si tende a utilizzare il carbonato di litio.

Che di recente ci sia stata una richiesta importante di materia prima che va a finire nelle modeste ma sempre più popolari celle LFP (secondo i dati di Adamas Intelligence nel secondo semestre del 2020 la crescita delle consegne è stata sei volte quella dello stesso periodo del 2019) è rilevante per l’andamento futuro dei costi delle batterie.

Secondo James Frith della società di consulenza BloombergNEF, a fine 2020 i costi delle materie prime di celle NCA (quelle della Tesla Model 3) ed NMC 622 (quelle della Volkswagen ID3) influivano tra i $20 e i $25 al kWh, mentre le materie prime di un catodo della tipica cella LFP sfioravano appena i $5 al kWh, certo non un picco nella gamma dell’offerta.

Può apparire paradossale che la questione dei costi delle materie prime contenute nelle celle appaia così sfuggente come suggerisce il crescere dei prezzi del carbonato di litio. E qui si può ragionare da un lato come la ricerca di soluzioni che facciano risparmiare sia comunque un aumento della domanda. Inoltre la domanda non è circoscritta al settore dell’automotive, come si può facilmente scordare.

Un fattore di concorrenza importante per le batterie auto è in questa fase il lancio dell’infrastruttura 5G: in molti paesi dell’Asia si stanno adegunando già torri ed impianti, e gli uffici acquisti preferiscono ordinare per gli impianti di backup pacchi batterie fatti di sicure ed economiche celle LFP invece che delle più costose NMC o NCA, anche se la maggior richiesta dovesse leggermente alzarne il costo.

Da un lato questo sembra indicare che la crescita delle materie prime resterà un fattore di incertezza per il prossimo futuro, si arrivi o meno ad un picco. Ma a medio e lungo termine il contenimento dei costi non sembra tanto ostaggio delle commodities quanto dei miglioramenti tecnologici e industriali alle celle.

Sempre Frith, in un recente webinar organizzato dalla Carnegie Mellon University di Pittsburgh, ha ribadito la sua convinzione che a breve termine, nel 2023, la sostanziale riduzione dei costi promessa da Tesla al Battery Day sia un obiettivo raggiungibile.

L’analista stima che la cella NCA con fattore forma 4680 possa arrivare a costi di $51,83 al kWh. Ancora meglio potrebbe avvenire con le celle solid state (per le quali occorrerà però attendere la seconda metà della decade), che per l’esperto di BNEF potrebbero scendere fino a $47 al kWh per le versioni con catodi lithium-rich.

Credito foto di apertura ufficio stampa Norsk Hydro