I “guastafeste” che fanno bene all’auto elettrica

Le scommesse sull’auto elettrica non riguardano più solo Tesla ma stanno gonfiando le valutazioni di tutto quello che le gravita intorno, sorde ai moniti dei guastafeste

Nel 2016, quando sono apparsi i primi articoli su AUTO21, mai avremmo scommesso che nel 2020 il settore dell’auto elettrica sarebbe diventato così popolare da alimentare un boom di borsa e richiedere articoli e commenti in cui si parla di una possibile bolla nelle quotazioni di aziende che fanno parte del settore.

Manca poco all’apertura di un altro lunedì a Wall Street. La settimana scorsa il campione della nuova generazione auto, ovviamente parliamo di Tesla, aveva superato per capitalizzazione anche Berkshire Hathaway, il conglomerato guidato da Warren Buffet (che tra l’altro ha creduto in anticipo nell’elettrico, investendo nella cinese BYD) diventando il sesto gruppo americano. Ma non è solo una questione legata alla strabiliante parabola della società di Elon Musk.

Da queste pagine online sentiamo l’impegno di fornire a chi passa qualche minuto a leggerci le informazioni più accurate possibili ogni volta che riteniamo una notizia meritevole di pubblicazione.

Ma considerato il numero crescente di visite legate ad articoli che riguardano aziende che sono quotate in borsa o lo saranno, sentiamo anche la responsabilità di mettere in guardia chi cerca le informazioni dal considerare l’effervescenza del momento contenuta in una notizia come una garanzia a lungo termine.

Per questo suggeriamo a chi vuole approfondire i temi collegati all’auto elettrica di non fermarsi all’attuale flusso di notizie favorevoli (che continueremo a riportare, come abbiamo fatto con notizie di segno opposto in fasi meno brillanti), ma anche di leggere voci che esprimono scetticismo.

Anche se sappiamo che su questo è difficile convincere chi ha soldi in ballo, ragionamenti sui limiti di un’azienda, o di una tecnologia, o di un settore, non sono necessariamente il frutto immediato di un interesse short. Pertanto riteniamo di segnalare una fonte di scetticismo che abbiamo sempre trovato interessante in passato: quella del blog Alphaville ospitato dal Financial Times, che tra l’altro non prevede costi di abbonamento ma la sola iscrizione gratuita.

Gli autori nel corso degli anni, nonostante o proprio perché la finanzia è il loro pane quotidiano, hanno giocato d’anticipo nel mettere a fuoco bolle in formazione, ad esempio quella relativa ai bitcoin, ma anche il passato eccesso di ottimismo attorno alla guida autonoma in particolare applicata ai robotaxi, come li ipotizzava il fondatore di Uber Travis Kalanick.

La cosa interessante è che Alphaville non esita a mettere in questione anche i pareri professionali di analisti famosi e colossi della finanza. La scorsa estate Jamie Powell ha scritto un commento nel quale era facile immaginarlo coi capelli ritti in testa a leggere che una nota alla clientela Goldman Sachs stabiliva un prezzo target per la startup NIO, sulla base degli utili previsti nel 2030. Tra nove anni.

Anche coi tempi lenti del mondo automotive questo significa tra due o due generazioni e mezzo di prodotto. Come dire: tirare a indovinare. Oppure avere una sfera di cristallo? Alla chiusura di venerdì scorso il valore di NIO da inizio anno era cresciuto del 1.243%…

Il valore di mercato del simbolo di tutte le società dell’auto elettrica, Tesla, è circa $555 miliardi: implica che la valutazione sia oltre 250 volte gli utili attesi quest’anno. Per chi non è pratico: è una valutazione iperbolica di una delle metriche più comuni per giudicare un’azienda.

Il trio di startup cinesi quotato a New York, NIO Inc., XPeng Inc. e Li Auto Inc. vale quasi $160 miliardi, nonostante nel terzo trimestre 2020 insieme abbiano consegnato circa 30.000 veicoli, l’uno per cento del primo gruppo globale, Volkswagen.

Qualcuno era arrivato a mettere le mani su quelle società quando valevano poco, e ha fatto senza ombra di dubbio ottimi affari. Il fondo di investimento Baillie Gifford & Co. aveva comprato azioni Tesla basse e venduto quando erano alte. La sua quota rimanente del 3,7% vale oltre $20 miliardi. E il fondo scozzese ha in portafoglio anche $6 miliardi di azioni NIO.

Non sembra appartenere all’organico Baillie Gifford & Co. Adam Jonas, se si approfondisce il modo di procedere dell’analista della banca d’affari Morgan Stanley. Come faceva notare Alphaville, l’esame del cash flow aziendale non solo si concentra sul 2025, ma sul gettito potenziale di tre divisioni, Tesla Network Services, Tesla Mobility e Tesla as Third Party Supplier che sono però un’idea, più che un effettivo business plan.

Occorre evitare di confondere il potenziale dei veicoli elettrici con la ricerca incessante di ottimi affari, completamente slegata e probabilmente poco interessata agli obiettivi di sostenibilità di produttori di auto a zero emissioni o della loro componentistica.

Un commento di Chris Hughes pubblicato dall’agenzia Bloomberg col titolo “Electric Carmakers Are in a Stock Market Bubble” distingueva bene tra economia della bolla ed economia reale: “la rivoluzione elettrica è reale e lo spostamento dalle motorizzazioni a combustione interna sta accelerando. Dalla prospettiva di quelli cui preme il clima è una gran cosa che gli investitori stiano allocando così il capitale. Tuttavia le quotazioni appaiono esageratamente ottimistiche. Il rischio di una disillusione è elevato, particolarmente per l’ultima generazione di produttori di veicoli elettrici che debbono ancora generare ricavi sostanziali”.

L’effervescenza di borsa attorno ai nuovi gruppi impegnati nell’auto elettrica o nella loro componentistica non è destinata a svanire presto, anzi sembra destinata a mettere benzina sul fuoco della crescente popolarità l’accesso a Wall Street abbreviato e facilitato dalla disponibilità di veicoli come le SPAC, società che si quotano senza avere alcuna attività, solo per “sposarsi” con startup o aziende che non vogliono passare per un normale (ma lungo e complicato) IPO.

Questo fenomeno finanziario degli Anni ’20 tra l’altro consente a chi si quota di pubblicare nei prospetti previsioni pluriennali, al contrario di quanto avviene nel percorso di un IPO. Ma sarebbe sbagliato attribuire solo a questo disinvolto percorso la colpa di valutazioni che fanno pensare alla bolla. Mentre società discusse come Nikola Motor e Fisker Inc. hanno scelto le SPAC per arrivare a Wall Street, le startup cinesi come NIO hanno preferito l’IPO, e le loro capitalizzazioni sono esplose ugualmente.

Si tratta di quello che succede quando si passa dall’economia alla psicologia, ovvero quando si apre un effetto FOMO, abbreviazione americana per fear of missing out: la paura di perdersi una fetta della torta. Quando inizia a prevalere, settori come l’auto elettrica e la mobilità sostenibile più che alimentarlo dovrebbe essere grati ai “guastafeste” che sollecitano realismo.

Credito foto di apertura: Woldai Wagner on Unsplash