Non basta la California a far volare la gig economy

I californiani che sfiduciano Trump approvano Uber: ma l’appoggio alla Proposition 22 non basta ai colossi di taxi privati e delivery, tra i più colpiti dagli effetti della crisi

La maggioranza degli stessi californiani che sono stati netti nel dare pollice verso a Donald Trump il 3 novembre, lo stesso giorno con una maggioranza del 58% si è schierato con la campagna da $200 milioni guidata da Uber, Lyft e dalle aziende della consegna di pasti e cibi.

E ha approvato la Proposition 22, una deroga alla legislazione dello stato del Pacifico, concedendo l’esenzione a chi lavora nelle aziende della gig economy dall’obbligo di essere classificati come dipendenti, come previsto dall’anno scorso.

In pratica chi in California entra in un organico di una delle app sempre più diffuse, saprà di non poter avere le stesse protezioni e benefici del personale dipendente. Questo esito sembra rendere anche più complicato il percorso degli altri stati americani che hanno seguito la stessa traccia dei legislatori di Sacramento.

Ma nella Proposition 22 sono contenuti anche alcune misure che erano impensabili agli albori da wild west della gig economy, inclusi miglioramenti al salario orario e una forma parziale di assicurazione sanitaria per chi lavora almeno 15 ore alla settimana.

Ma punti cruciali restano irrisolti: ad esempio il conteggio di ore varrà solo per quelle effettivamente impegnate alla consegna, non i tempi morti di attesa tra un ordine e l’altro nei quali peraltro i contractor dovranno restare a disposizione sperando di essere chiamati in azione.

Una volta ottenuto un primo successo in California Uber, Lyft & C. sembrano cercare una posizione non troppo conflittuale con sindacati e legislatori. L’amministratore delegato di Uber Dara Khosrowshahi ieri durante la conference call che ha illustrato i conti aziendali ha detto di volersi impegnare in un dialogo coi governi per trovare un compromesso accettabile per i gig worker. Anche il presidente di Lyft John Zimmer gli ha fatto eco, indicando di voler riprendere a trattare anche coi sindacati californiani appena sconfitti nel confronto alle urne.

Che le aziende del ride hailing o quelle della consegna pasti non intendano mettersi in una posizione di muro contro muro è probabilmente collegato agli effetti della pandemia sui conti di ogni società. La più grande e rappresentatativa, Uber, ieri sera ha presentato i suoi, che rispecchiano quanto il miglioramento della salute dei gruppi della gig economy dipendano ancora da come la crisi sanitaria evolverà.

Il fatturato del terzo trimestre e le perdite per azione non hanno brillato rispetto alle aspettative degli analisti di Wall Street, con perdite per azione di $0,62 contro $0,65 attese mentre i ricavi si sono fermati a $3,13 miliardi rispetto a una stima media di $3,2 miliardi. A soffrire in particolare le corse dei taxi privati a livello globale: la relativa tenuta di regioni come Medio Oriente e la stessa Europa rispetto agli Stati Uniti per il trimestre in corso è minacciata dalla seconda ondata in corso. Nel complesso la perdita trimestrale di Uber ammonta a $1,1 miliardi.

Segnali positivi ha fornito la divisione Uber Eats che ha raddoppiato i ricavi a $1,45 miliardi, un record che non ha però consentito di portarla in utile per il momento. Il potenziale dei servizi di consegna pasti se in America sarà supportato dai risultati della consultazione elettorale in California non altrettanto lo sarà necessariamente in Europa. In Spagna la Corte Suprema si è pronunciata perché i collaboratori di Glovo, app attiva anche in Italia, possano ottenere migliori condizioni contrattuali e benefit tipici dei dipendenti.

In Europa Uber e altri gruppi che si propongono come piattaforme tecnologiche per limitare il peso degli impegni contrattuali verso la gran parte dello staff hanno avuto anche esiti sfavorevoli dal tribunale francese che si è pronunciato a marzo riconoscendo il diritto degli autisti di Uber di essere considerati dipendenti, dal momento che non possono scegliersi la clientela o stabilire i prezzi delle corse.

Non ha certo giovato alla posizione dei gruppi della gig economy riguardo al tema dello status dei collaboratori che si siano presentati casi come quello italiano che ha indotto il Tribunale di Milano a commissariare Uber Eats Italy a seguito di una indagine in cui ai vertici della società è stato imputato di aver creato una rete di caporalato basata sullo sfruttamento dei migranti.

Malgrado questi passi falsi, Uber ha in mente di espandersi nel delivery e punta a chiudere a inizio 2021 l’acquisto della concorrente Postmates per $2,65 miliardi, mentre continua a cercare opzioni per settori che non sembrano più strategiche, come l’avveniristica divisione Uber Elevate che lavora ai taxi volanti dal 2017.

Credito foto di apertura: sito web Uber Elevate