Il tesoretto francese per far decollare l’idrogeno verde entro il 2030

La Francia investirà lì una fetta consistente del proprio piano di rilancio da €7 miliardi, e cerca la sponda della Germania per assicurare il futuro di una filiera tutta da sviluppare

Il 3 settembre il primo ministro francese Jean Castex annunciava il piano di rilancio nazionale per mettere a frutto i capitali del Recovery Fund continentale, un piano da €7 miliardi entro il 2030 e €2 destinati a essere spesi entro il 2022. L’aspetto che ci ha attirato è la dichiarazione: “vogliamo fare della Francia una paese di punta per l’idrogeno verde”.

Nelle scorse ore il ministro dell’Economia Bruno Le Maire e quello della Transizione Ecologica Barbara Pompili hanno precisato la strategia, con metà dei €7 miliardi destinati al periodo 2020-2023 e il 54% dell’importo incanalato verso progetti di de-carbonizzazione dell’industria per portarla al traguardo carbon neutral entro il 2050.

Se negli ultimi mesi incentivi e sussidi hanno scosso il mercato transalpino dei veicoli passeggeri lo sviluppo entro il 2023 guarda con particolare attenzione a trasporti e mezzi pesanti, dall’aviazione agli autobus. Poiché la ricerca e l’innovazione sono connessi alla transizione, il piano idrogeno nazionale sembra un percorso adatto ad accelerare l’intera filiera.

Anche perché poche settimane prima la Germania aveva annunciato un piano da €9 miliardi di investimenti e a luglio la Commissione Europea aveva segnalato il proprio interesse al settore. Un settore per il quale stima che le necessità del Vecchio Continente da qui al 2050 possano muovere tra i €180 e i €470 miliardi.

Il piano ne segue un altro da €100 milioni lanciato nel 2018 dall’ecologista allora ministro Nicolas Hulot, che puntava soprattutto alla ricerca. Ora il governo vuole sostenere il passaggio alla fase pratica, fiducioso di avere aziende e campioni industriali, di cui il ministro Le Maire ha fatto nomi e cognomi: Safra (autobus), Alstom e SNCF (ferrovie), Faurecia (serbatoi), Symbio (sistemi fuel cell), Air Liquide, Schlumberger e McPhy (per la produzione di idrogeno verde.

Il primo passo sarà decarbonizzare la molecola, che non può essere credibile se proveniente dal gas naturale, ma dovrà scaturire da elettrolisi. Gli ostacoli sono di costi e tecnologia, ancora ghiotta di energia.

€1,5 miliardi saranno destinati a costruire elettrolizzatori con capacità totale di 6,5 gigawatt e la cui efficienza dovrà progredire rapidamente. In futuro dovranno essere alimentati dal surplus di energie rinnovabili, per essere compatibili con gli scopi.

Ma quella del contenimento dei costi e della corsa al ribasso non sarà la sola bussola. L’impostazione in passato si è rivelata un boomerang favorevole ai produttori cinesi nel ben noto settore dei pannelli fotovoltaici. Per l’idrogeno non c’è la stessa fretta e la strategia è quella di una crescita lenta ma sostenibile che accompagni una nuova filiera.

L’esperienza negativo del fotovoltaico e quella positiva del progetto europeo di un Airbus delle batterie che è sfociato in questi giorni nel varo della società ACC in cui si incarna la joint-venture franco-tedesca per produrre celle per uso automotive incoraggia il governo francese a cercare la sponda tedesca. Per pensare a un Airbus dell’idrogeno.

Di questo parleranno il prossimo 11 settembre a Berlino Le Maire ed il collega tedesco Peter Altmaier, che esploreranno la possibilità di armonizzare i rispettivi piani e posizioni sull’idrogeno verde.

Anche se con paletti da valicare nell’approccio di ciascuno: ad esempio per i francesi è verde l’idrogeno privo di CO2, quindi lo è anche l’elettrolisi con energia elettrica proveniente dal nucleare. Una definizione che provoca scetticismo oltre Reno, dove al nucleare è già stato detto addio.

Credito foto di apertura: ufficio stampa Air Liquide