La strategia UE per l’idrogeno è quasi, quasi verde

Ci sarà anche del blu, quello dell’idrogeno omonimo e della tecnologia di cattura e stoccaggio, nella fase di transizione della strategia H2 di Bruxelles che porta fino al 2050

Dopo una lunga fase in cui menzionare l’idrogeno comportava indicare molte strategie nazionali separate in cui ognuno procedeva per conto proprio, ieri la Commissione dell’UE ha presentato la propria strategia di lungo periodo per promuovere l’adozione su scala continentale dell’idrogeno ottenuto dalle rinnovabili, inserito in un sistema integrato dell’energia. A breve termine il progetto non ha scartato idrogeno ricavato da fonti fossili, proveniente da processi industriali a basse emissioni.

Mentre l’interesse di molti gruppi globali dell’auto verso la tecnologia fuel cell è scemato negli ultimi mesi, l’idrogeno resta di attualità nei veicoli commerciali (in Svizzera è appena arrivata l’avanguardia di 1.600 camion a corto raggio), così come dove si guarda ad esso come leva per de-carbonizzare settori industriali complessi e finora ad alta percentuale di emissioni: come chimica ed acciaio.

Settori che non sempre possono eseguire una transizione all’elettrico in modo efficiente e conveniente con la relativa facilità con cui questo è possibile al settore dell’auto passeggeri. Idrogeno sembra una risposta più che una domanda anche per altri settori ricchi di complessità: nell’ambito marittimo o nell’aviazione.

Alla vigilia della presentazione, il commissario di Bruxelles all’Energia Kadri Simon aveva dichiarato all’agenzia Bloomberg: “l’Europa ha bisogno di investimenti per recuperare dalla pandemia del coronavirus e ha bisogno di investimenti che la aiutino a diventare climate-neutral. L’idrogeno pulito è un nesso in cui le due necessità si sovrappongono”.

Entro il 2050 l’esecutivo di Bruxelles ritiene che l’idrogeno sostenibile possa andare incontro al 24% della domanda mondiale di energia, con ricavi annui dell’ordine dei €630 miliardi. In quella data per una catena del valore europea di tali dimensioni sarebbero necessarie un milione di persone in attività in quel settore.

Ma arrivarci richiederà anche modifiche all’attuale approccio, visto che il 96% dell’idrogeno prodotto attualmente richiede l’intervento di combustibili fossili, e l’idrogeno verde richiederà riduzione dei costi delle tecnologie collegate.

Gli elettrolizzatori, già oggi in attiva ma a condizioni economicamente poco attraenti, hanno probabilmente un appuntamento al 2030 per la fase di maturità, mentre la maturità economica delle batterie di trazione (diretti concorrenti per i trasporti) sono attese al 2023-2025, quando il pacco batterie costerà meno di 100 dollari per kWh.

L’idrogeno verde oggi costa circa $7,50 al chilo (un’auto fuel cell ne usa circa quella quantità per percorrere 100 chilometri) mentre l’idrogeno blu (ricavato da combustibili fossili e per il quale sono dispiegate tecnologie di cattura delle emissioni industriali) ne costa circa $2,40 secondo i dati del Global CCS Institute.

Questa situazione sembra aver indotto la Commissione a non escludere appunto idrogeno blu e la tecnologia CCS (appunto la cattura e stoccaggio di emissioni), così come l’idrogeno ottenuto da pirolisi del gas, che non genera CO2 ma carbonio in forma solida e appare interessare soprattutto i colossi russi del gas.

Il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans, l’uomo del Green Deal sembra non voler scartare nessuna tecnologia che possa aiutare ad avvicinarsi agli obiettivi di lungo termine, anche se non ancora idealmente perfetta.

Per Timmermans la nuova economia dell’idrogeno può contribuire ad alleviare i danni alla struttura economica causati dalla crisi sanitaria. E a Bruxelles non vedono certo come un male tutto quello che può portare l’Europa in una posizione di leader di settore, arrivando a questo programma dopo che altri hanno già ritenuto l’idrogeno un fattore fondamentale nella tecnologia pulita, come la Corea del Sud ad esempio.

Ottenere produzione su scala significativa richiederà un approccio per fasi, tra 2020 e 2050. Tra 2020 e 2024 la Commissione sosterrà la creazione nel territorio dell’Unione di elettrolizzatori in grado di ottenere almeno 6 gigawatt dalle rinnovabili, per arrivare a produrre fino a un milione di tonnellate di idrogeno verde.

Tra 2025 e 2030 la capacità di produzione di idrogeno da rinnovabili dovrebbe schizzare a 40 gigawatt e 10 milioni di tonnellate sarà l’obiettivo produttivo continentale, man mano la molecola diventerà parte integrante di un sistema integrato di energia.

Nella seconda decade in altri termini la fase industriale dovrebbe allargarsi su larga scala e se alcuni paesi saranno in posizione di battistrada in quel periodo elettrolizzatori diventeranno comuni in ogni paese membro.

Dal 2030 al 2050 è quando la tecnologia dell’idrogeno dovrebbe raggiungere la maturità ed essere dispiegata su scala massiccia, con la de-carbonizzazione destinata ad allargarsi ad ogni settore, dalla chimica alla siderurgia.

Una prospettiva che, contrariamente a quanto avvenuto inizialmente nella transizione dell’auto all’elettrico non vede i protagonisti puntare i piedi. Forse anche dinanzi al congruo periodo di adeguamento, CEFIC, l’associazione europea del settore chimico, ha definito l’idrogeno una colonna dei futuri processi produttivi della chimica europea verso obiettivi low-carbon.

Per incoraggiare chimica, siderurgia e altri settori ad alte emissioni ad affrettare la corsa alla neutralità nelle emissioni, la Commissione sta pensando a programmi di incentivi per il mercato dei contratti sulle emissioni. Certamente per sostenere un settore ancora acerbo la Commissione vuole istituire la European Clean Hydrogen Alliance per mettere insieme gli attori destinati a rendere reale ed efficiente la tecnologia dell’idrogeno verde.

Anche con questo ulteriore strumento a disposizione, la strategia non si esime dal correre qualche rischio: in particolare che nella fase fino al 2030 resti predominante la produzione di idrogeno che comporta basse emissioni.

Un difetto inevitabile, dovuto al periodo di transizione a un idrogeno verde al pieno della sua efficienza. La fase intermedia peraltro non dovrebbe spaventare l’industria già attiva nell’idrogeno blu: quel ciclo sarà ampiamente ammortizzato, con una pianificazione che riguarda diversi lustri e non diversi mesi.

Quello che rimarrà fuori dal focus della commissione sarà l’idrogeno grigio: prodotto mediante reforming da gas naturale e senza meccanismi di cattura CCS. Proprio questa tecnica e lo stoccaggio ad essa connesso saranno quindi indispensabili nella fase di transizione.

Credito foto di apertura: ufficio stampa BMW Group