E questa sarebbe la maggiore minaccia per le città nel cuore dell’Europa?

Il boom dei monopattini elettrici in alcune grandi metropoli adesso polarizza le critiche, come la maggior parte degli argomenti; commentare con meno fretta e più prospettiva sembra un lusso…

A Natale tutti sono buoni, ma evidentemente non Thomas Tuma, che ha scritto un commento apparso il giorno di Santo Stefano sul quotidiano finanziario di proprietà della Confindustria tedesca Handelsbaltt per deprecare, di tutti i mali attuali, i monopattini elettrici. E senza il minimo timore di esagerare.

“Cosa ha minacciato i centri storici delle città tedesche più delle polveri sottili, del cambiamento climatico o del terrorismo islamico quest’anno?”, si è chiesto il collega tedesco nella sua colonna, rispondendo: “è stato l’innocuo monopattino elettrico. Città come Amburgo, Berlino o Monaco ora sono completamente piene di rifiuti elettrici”.

Il pessimo umore dell’articolo di Tuma vira poi su altri aspetti meno iperbolici del boom dei monopattini elettrici e, a onor del vero, non associa come bersaglio altre protagoniste dell’attuale successo della micro-mobilità quali le e-bike oppure le biciclette in generale, malgrado alle une e alle vada ascritta una vertiginosa crescita che riguarda la stessa Germania.

Una impostazione che si spiega col fatto che in effetti il commentatore utilizza i monopattini elettrici, strumenti nella maggior parte dei casi condivisi e distribuiti da startup multinazionali, come proxy per stigmatizzare una serie di difetti di quell’economia digitale che, ben più di una volta, si è oggettivamente basata sull’hype più che su concreti business plan.

Rileggendo con attenzione il pezzo, alla fine quello che sembra indigeribile al commentatore appare la stessa cultura del rischio dell’economia digitale, il fatto che per definizione gli investitori della Silicon Valley sappiano di perdere soldi nella maggior parte dei casi.

Ad un commentatore di quella che è stata in passato una testata all’avanguardia nel custodire l’ortodossia dell’austerity e della parsimonia effettivamente appare un po’ troppo difficile da accettare, anche sotto forma di due ruote e una batteria.

Ma da quella critica fuori misura apparsa su Handelsblatt, si può partire per mettere a fuoco il boom dei monopattini elettrici e riflettere sul fatto che se quello che è nuovo non è necessariamente da scartare, non per questo va difeso a priori in base ad automatismi comodi ma poco convincenti.

Un sondaggio condotto dall’agenzia federale per l’Ambiente (UBA) a poche settimane dall’approvazione della circolazione dei monopattini elettrici nelle città tedesche, che risale a giugno 2019, l’ha indotta a pubblicare un post  dal titolo “E-Scooter momentan kein Beitrag zur Verkehrswende” (attualmente gli e-scooter non sono una svolta per il traffico).

Secondo i primi riscontri nelle metropoli gli e-scooter a noleggio nei centri città hanno soprattutto sostituito traffico ambientalmente favorevole come quello pedonale e delle biciclette. In altre parole sembrerebbe che servano si a coprire l’ultimo miglio di sistemi di trasporto pubblico che funzionano bene, ma non nel modo più favorevole all’ambiente che si potrebbe auspicare.

La presidente dell’UBA Maria Krautzberger ha commentato: “nella valutazione del ciclo di vita completo, i monopattini elettrici sono significativamente migliori dell’auto. Ma paragonati alla comprovata risorsa della bicicletta, che può essere usata per coprire percorsi in modo altrettanto veloce e sulla quale i carichi si possono trasportare più facilmente, gli e-scooter sono chiaramente una variante ambientalmente dannosa”.

E la presidente dell’agenzia propone inoltre di ridurre gli spazi e i parcheggi per le auto private:  “allora avremo anche più spazio nei centri cittadini per aree pedonali sicure e piste ciclabili. Le società del noleggio dovrebbero rendere disponibili i monopattini elettrici nelle periferie invece che nei centri storici. Lì può avere più senso l’e-scooter invece dell’auto privata per chiudere la distanza troppo grande dagli stazioni di trasporto pubblico di massa”.

Le critiche a un fenomeno nuovo come i monopattini elettrici, quasi esistenziali quelle di Tuma, più pratiche quelle di Krautzberger, forse sono utili anche per ricordarci che commentare su un settore in fasce o quasi è una garanzia quasi automatica di valutazioni frettolose.

Se pensate che sia una cautela da non applicare ai vari settori della mobilità, pensate al motore della diffusione delle auto elettriche nel primo mercato d’Europa: gli incentivi. In Germania, quando sono stati inaugurati nell’estate del 2016 i primi passi furono una delusione, come ricorda questo articolo di Quattroruote che risale al periodo.

Il piano tedesco, messo in piedi con una dotazione di €1,2 miliardi, il primo mese ottenne 1,791 adesioni, di cui 1.194 relative ad auto elettriche al 100%. Il lento ritmo iniziale di adozione della clientela privata e business alle proposte di conversione alla mobilità elettrica ha ben presto reso chiaro che i progetti della cancelliera Angela Merkel di arrivare ad un milione di veicoli elettrici sulle strade tedesche nel 2020 non sarebbero mai stati confermati dalla realtà.

Circa nove mesi dopo ancora il quotidiano finanziario Handelsblatt pubblicava un’analisi, che si trova anche in versione inglese qui, dal titolo “Why e-mobility is failing in Germany”. La fretta di etichettare rapidamente un cambio di scenario della mobilità come un fallimento con la prospettiva di un periodo più lungo si sta rivelando lentamente come tale.

L’ultimo mese del 2019 per il quale la motorizzazione ha fornito i dati, novembre, sono state immatricolate 4.651 auto elettriche, più 6.334 ibride plug-in. In poco più di tre anni l’autorità federale BAFA (Bundesamt für Wirtschaft und Ausfuhrkontrolle) aveva erogato 156.295 sussidi, dei quali 104.616 finiti ad automobilisti che ora guidano auto elettriche pure.

E come tutti sappiamo il grosso dell’offerta dei gruppi auto tradizionali si affaccerà solo dalla primavera 2020 in poi. Forse i vertici delle case automobilistiche hanno molta meno fretta dei commentatori.


Credito foto di apertura: ufficio stampa TIER