Quando si tratta di “brevetti verdi” il dinamismo italiano avanza ancora a tentoni

La presentazione dell’edizione 2019 del Rapporto I-Com sull’innovazione energetica offre pochi sprazzi di ottimismo sulla dinamicità italiana, e i segnali che si intravedono sono a macchia di leopardo

La settimana appena conclusa ha presentato, lunedì e martedì scorso, due appuntamenti particolarmente interessanti che hanno entrambi avuto come sede Roma. Su quello di lunedì torneremo presto insieme ad una delle protagoniste, mentre oggi ci soffermeremo sulla presentazione del Rapporto I-Com (l’Istituto per la Competitività diretto da Stefano da Empoli), stavolta intitolato “Il rebus della transizione – L’innovazione energetica, chiave dello sviluppo“.

Tra i tanti temi toccati, alcuni essenziali e ricorrenti (dall’energia alla digitalizzazione), altri inediti (come la micromobilità), quest’anno era difficile tenendo in mano una copia del Rapporto Osservatorio Innov-E 2019 distogliere lo sguardo dal capitolo curato da Giusy Massaro che offre uno sguardo d’insieme sui brevetti registrati nell’ambito della mobilità sostenibile.

Difficile perché con le statistiche ed i dati che provengono oggi dall’industria italiana sarebbe un raggio di luce scoprire che si aprono nuovi spazi alla manifattura nazionale di avanguardia. Purtroppo non è così e non lo è in modo quasi tranchant.

Ma prima di passare alla situazione italiana converrà tracciare anche una mappa più ampia dei brevetti collegati all’innovazione là dove vanno a braccetto mobilità ed energia. E in questo contesto colpisce che, per quanto riguarda l’ultimo anno completo di cui i ricercatori abbiano potuto fare number crunching, il 2017, la maggior parte dei brevetti abbia a che fare con tecnologia che non è in movimento bensì stazionaria: energy storage e postazioni di ricarica.

Come riassume il grafico preso dal Rapporto oltre la metà dei brevetti complessivi, circa 10.000, riguardavano l’energy storage, e quasi 3.000 le postazioni di ricarica. Secondo l’elaborazione realizzata dagli autori I-Com su dati EPO i più diffusi brevetti relativi a veicoli riguardano le ibride, oltre quota 2.000. Più staccate le auto elettriche e i veicoli fuel cell.

Quando si tratta di "brevetti verdi" la situazione italiana procede ancora a tentoni
La suddivisione dei brevetti globali, ripartiti per contributo di settore (credito grafico: I-Com. Istituto per la Competitività)

Le tabelle dei ricercatori I-Com hanno tracciato alcune istantanee dell’apporto dei vari paesi all’innovazione applicata. Il Giappone è stato il primo paese, con 1.988 brevetti, dei quali oltre la metà provenienti dal ramo dell’energy storage. A seguire U.S.A. (1.867) e Germania (1.662). Nel grafico spicca la posizione di marginalità italiana, con la colonna che riesce a malapena ad allontanarsi dall’asse delle ascisse.

Quando si tratta di "brevetti verdi" la situazione italiana procede ancora a tentoni 1
Il contributo dei vari settori dell’innovazione nell’ambito della ricerca e sviluppo sulla mobilità sostenibile (credito grafico: I-Com, Istituto per la Competitività)

In effetti emerge in questo ambito lo scarso contributo della manifattura italiana alla supply chain di veicoli a basse o zero emissioni, frutto delle scelte industriali dell’ultimo decennio, con una svolta sopraggiunta solo a giugno del 2018.

Nel settore dei veicoli ibridi su 2.264 richieste di brevetti presentate nel 2017 l’Italia ha contribuito per lo 0,4% meglio solo di India e Spagna, in un panorama come prevedibile dominato da 438 brevetti giapponesi.

Non migliora molto la situazione nel ramo dei veicoli “elettrificati”, che nella classifica 2017 vedeva la Germania condurre con 371 brevetti. Qui i brevetti italiani sono stati 3 nel 2017, mentre dati provvisori segnalano che ci sarebbe stato un sorpasso dei brevetti americani su quelli tedeschi, da confermare con cifre definitive.

Più articolato il panorama del settore dell’energy storage che, come detto, rappresenta il più vivace tra quelli dell’innovazione legata alla mobilità sostenibile secondo la metrica dei brevetti. Se rispetto alle 1.083 richieste di brevetti del paese leader nel settore dell’innovazione applicata per gli impianti di accumulo (Giappone) le nove richieste di aziende italiane sono una presenza timida, si tratta peraltro di richieste triplicate rispetto al precedente report. Inoltre tale settore copre il 37,5% delle 24 richieste totali italiane di brevetti legati alla mobilità sostenibile.

Invece, se si prende in considerazione il settore delle fuel cell, in cui è stata vivace la ricerca giapponese, l’Italia è assente, così come assente è nell’altro settore in espansione delle postazioni di ricarica, per il quale nel 2017 erano stati presentati 2.788 brevetti, di cui 319 provenienti dalla Germania.

La ricerca I-Com si è anche misurata con la matrice regionale dell’attività brevettuale, mettendo in evidenza come siano state cinque le regioni attive: Piemonte (10), Lombardia (5), Emilia-Romagna (3), Toscana (3) e Umbria (1). L’attività piemontese era collegata ai settori dell’accumulo e delle ibride, mentre in Lombardia all’energy storage si sono affiancati segnali di attività anche per quanto riguardava veicoli elettrici e postazioni di ricarica.

I numeri del Rapporto coordinato da Antonio Sileo e scritto a più mani, se ci si focalizza nel contesto dei brevetti non confortano sulle prospettive italiane di poter agganciare i più dinamici protagonisti della ricerca e dell’innovazione nella transizione che è in corso.

E tuttavia nel corso della giornata di presentazione del Rapporto a Palazzo Colonna, Stefano Besseghini, da poco presidente di ARERA, ma in precedenza ricercatore di lungo corso in questo settore ha approfittato dell’opportunità di introdurre un caveat.

Portare in primo piano i numeri dei brevetti è una iniziativa importante, ma affidarsi esclusivamente ai totali che emergono dagli spreadsheet sarebbe come valutare il contenuto della ricerca esclusivamente in base alle classifiche bibliografiche.

Un suggerimento che rammenta il proliferare di alcuni giornali “fantasma” che servono a moltiplicare le citazioni di certi paper, ma che nel contesto dei brevetti sulla mobilità sostenibile sembra voler suggerire che qualche brevetto “pesante” può essere molto più utile alla crescita di un settore manufatturiero nell’accumulo o nei veicoli a zero emissioni che qualche decina di brevetti “light” che proteggono la proprietà intellettuale ma possono magari attendere anni per trovare espressione industriale.

Un’altra considerazione interessante nel valutare le prospettive italiane per quanto riguarda i brevetti nella mobilità sostenibile l’ha fatta Maurizio Delfanti, professore ordinario di sistemi elettrici al Politecnico di Milano e che è succeduto proprio a Besseghini alla direzione di RSE S.p.A., una realtà che lavora proprio all’innovazione ed al miglioramento delle prestazioni del sistema elettrico italiano in sintonia con le problematiche energetiche ed ambientali.

Delfanti ha ricordato che nel finora piccolo contributo dei player pubblici come appunto RSE ai totali di brevetti italiani va considerata la mission della ricerca rispetto alle azienda quando si guarda alle classifiche.

Ovvero una ricerca di sistema che tende a far arrivare i benefici di innovazione e modernizzazione dei vari progetti a tutto il sistema-Italia, a volte sacrificando per questo brevetti ad un approccio aperto.

Peraltro Delfanti ha sottolineato che in futuro nel caso della società da lui diretta è auspicabile che i risultati di alcuni progetti strategici possano sfociare in brevetti, magari passando per accordi col settore privato. Il risultato sarebbero risorse aggiuntive da reinvestire immediatamente in altra ricerca ed innovazione per far crescere i progetti strategici attuali e avviarne di nuovi.

Quando si tratta di "brevetti verdi" il dinamismo italiano avanza ancora a tentoni
L’intervento del professor Maurizio Delfanti, amministratore delegato RSE, al convegno I-Com ospitato martedì 25 giugno da Palazzo Colonna, a Roma (credito foto: AUTO21)

Credito foto di apertura: ufficio stampa BMW Group