Ora le Model 3 sono (quasi) tutte qui: e Wall Street sta andando nel panico

Nel primo trimestre 2019 Tesla delude le aspettative con produzione e consegne che non ripetono i brillanti risultati precedenti, malgrado in Europa le vendite di Model 3 facciano rumore

Tesla è nata e cresce sul Pacifico, ma ora sembra essere l’Atlantico a fare da barriera a come si vedono le prospettive della casa californiana. Vista da questo lato dell’Oceano Tesla è la marca che grazie a Model 3 sta facendo scintille sui mercati dell’auto elettrica in particolare ma anche in quello complessivo, con exploit di vendite senza precedenti nella solita Norvegia, nella sorprendente Germania e anche in Italia, dove a marzo ha stabilito il secondo miglior record di sempre di immatricolazioni di elettriche pure.

La percezione americana del momento è quanto mai diversa, specie dopo che ieri sera Tesla ha diffuso i numeri di produzione e consegne trimestrali, come previsto per le aziende quotate in borsa. Non sono stati ripetuti i recenti record di produzione e di consegne, e le prime reazioni non sono positive.

Partiamo dalle notizie positive: nel primo trimestre 2019 a Fremont sono state prodotte 1.556 Model 3 in più rispetto al precedente, ma ne sono state consegnate meno. Le Model 3 prodotte sono state 62.950 rispetto alle 61.394 del trimestre precedente. La produzione complessiva (oltre 4.800 a settimana) che riguarda anche i modelli di fascia alta del trimestre appena concluso è scesa del 10,92% a 77.100 veicoli rispetto ai 86.555 del quarto trimestre 2018.

Quando si passa alle consegne, se le cose appaiono rosee in Europa (i numeri della Cina ancora non ci sono) non è così nel computo totale, visto che le Model 3 arrivate in mano ai clienti globali sono state circa 50.900. Rispetto alle attuali 50.900 la cifra era stata superiore nel quarto trimestre 2018 (63.359) e anche nel terzo trimestre (56.065).

Le Model S e Model X consegnate sono state circa 12.100, numeri che portano il totale Tesla a 63.000: peggio delle aspettative degli analisti che seguono le aziende quotate in borsa, che spaziavano dai pessimisti di Macquarie (69.000) agli ottimisti di FactSet (76.000).

Le consegne, rispetto alle cifre della produzione sono un fattore determinante perché l’auto va a incanalarsi nei ricavi aziendali soltanto quando il proprietario ne entra in possesso. La consapevolezza che vendere all’estero in Europa e Cina quote importanti della produzione comporterà sfalsamenti e possibili ritardi (pensiamo all’imprevedibilità delle dogane cinesi fino a quando non ci sarà la produzione a Shanghai) nell’afflusso del cash in California è un aspetto che pesa.

Tesla finora è una società per la quale i trimestri in attivo sono stati una rarità: quello appena finito a marzo non rientrerà tra questi. Alle criticità della fase di attività in cui l’intero fardello della produzione Tesla sarà accollato al solo impianto californiano, si aggiungono i dubbi sulle capacità di fare margini sui modelli venduti.

La richiesta della clientela americana e globale per veicoli di lusso che hanno margini più favorevoli per il produttore come Model S e Model X sta diminuendo. Le Model 3 in arrivo in America saranno quelle a basso margine, dai prezzi più abbordabili.

Probabilmente Tesla è in grado di sopportare il percorso accidentato per altri sei-nove mesi o poco più: poi, quando anche in Europa cominceranno le vendite di Model 3 a prezzi abbordabili, avrà per forza bisogno o di produrre auto a Shanghai (ma sarà un po’ presto per l’entrata in attività della nuova Gigafactory) oppure di un altro modello ad alto margine col quale dare ristoro al suo working capital.

Ora le Model 3 sono (quasi) tutte qui: e Wall Street sta andando nel panico


Credito foto di apertura: AUTO21